Ancora sul Black Panther Party, sulla memoria storica, e sullo Stato
Ancora sul Black Panther Party, sulla memoria storica, e sullo Stato
Se a distanza di pochi mesi torniamo a parlare nuovamente del Black Panther Party, non e’ per ragioni di nostalgia o di accademia. Siamo piuttosto convinti che in quell’esperienza sia possibile riscontrare tratti caratteristici ed esemplari dei processi di scontro tra le classi da cui è possibile trarre significativi insegnamenti. Le Pantere Nere hanno rappresentato un movimento che e’ riuscito a dialettizzarsi e ad attualizzare con invidiabile creatività l’esperienza che veniva dai movimenti rivoluzionari e di liberazione. Questa loro capacità di immaginazione, di vicinanza con il proprio soggetto sociale, ne fa un esempio per i compagni di ogni epoca. Tuttavia non vogliamo di certo sostenere che la storia del Bpp sia scevra da contraddizioni o da errori. Ma, d’altronde, quale movimento può dirsi esente da problemi o sbagli? Nel loro periodo più avanzato le Pantere approderanno ad atteggiamenti da gangester all’interno del ghetto o a precauzioni paranoiche anche contro i militanti della prima. Sicuramente anche sotto questo profilo la storia delle pantere andrebbe riscoperta.
Ma per ora, con questo contributo, vorremmo porre nuovamente l’accento su quanto messo in campo dalle forze repressive per annientare le pantere, sulle strategie di controrivoluzione preventiva, innanzi alle quali le stesse leggi dello stato non hanno alcun valore. Crediamo che sia tutt’altro che un’esercizio speculativo perché le similitudini con la realtà attuale sono autoevidenti.

Uno degli errori in cui tutti noi compagni (nessuno si senta escluso…) siamo imprigionati in questa fase è senz’altro quello di una mancanza di dialettica con la realtà storica di cui dovremmo essere interpreti. Approcci differenti al medesimo errore finiscono per non far porre domande sulla fase storica e sulle esigenze che abbiamo da mettere in campo attualmente. Crediamo che scavare nella nostra storia, possa dare un piccolo contributo per favorire dibattiti e discussione di cui i pecchiamo in questo momento. Ecco perché vi propiniamo un altro piccolo pezzo della storia dell’organizzazione fondata da Bobby Seale e Huey Newton nell’ottobre del 1966 che ha sicuramente nel celebre “ten-point program”, alcuni degli elementi dell’incredibile riscontro di massa che ebbe in quegli anni. Quanto il programma in dieci punti fosse espressione delle esigenze degli abitanti dei ghetti lo abbiamo già accennato altrove in merito al lavoro di autodifesa delle comunità nere ed è nostro obiettivo produrre qualcosa di specifico su di esso. Nelle pagine che seguono ci vogliamo però soffermare maggiormente sulle campagne repressive che la macchina governativa statunitense ha sviluppato per distruggere il Bpp che nel settembre del 1968 l’allora direttore dell’FBI J. Edgar Hoover, definì “the greatest threat to the internal security of the country” (la più grande minaccia alla sicurezza interna della nazione). Repressione che raggiunge il suo piu’ alto livello di sfacciataggine nell’omicidio di Fred Hampton, come discuteremo in seguito, e le cui dinamiche troppo spesso assomigliano alle dinamiche repressive di casa nostra.
Infatti molto si e’ scritto e detto dopo i recenti processi farsa contro i fatti di Genova 2001 e gli scontri del 15 ottobre 2011 di piazza San Giovanni a Roma. Processi che da una parte hanno impugnato il reato di “saccheggio e devastazione” per combinare pene esemplari ai compagni che erano in piazza, e dall’altra sostanzialmente assolvono la repressione della polizia italiana anche dall’omicidio. Non dobbiamo però lasciarci distrarre dalle specificità dei riti processuali finendo per non cogliere l’elemento fondamentale: lo Stato, se minacciato utilizza ogni mezzo possibile nel momento storico dato per difendersi, dall’altro si assolve sistematicamente quando le necessità repressive superano le sue stesse leggi. D’altronde una assoluzione sistematica ed incondizionata è condizione necessaria a che lo Stato possa davvero porre la propria difesa al di sopra delle leggi e come elemento da perseguire a tutti costi. Nulla di sorprendente, dunque. La nostra storia è piena di queste assoluzioni: dal 12 dicembre al San Paolo in una scia di sangue irreparabile. Quello che troviamo sorprendente è che a questo stato e nelle sue istituzioni qualcuno continua a riporre fiducia. Una fiducia che tra la gente comune è ai minimi storici e che tra i movimenti invece pare spopolare. Questo è il paradosso degli ultimi anni.
A tal proposito l’assassinio di Fred Hampton il 4 dicembre 1969 si presta come esemplificativo. L’ennesimo caso in cui le pratiche extralegali e le dinamiche di auto-assoluzione dello Stato borghese si manifestano in maniera cristallina. Fred Hampton era appena 21enne quando fu assassinato. L’operazione, organizzata e ordinata dal Cointelpro ed eseguita dagli agenti della Chicago Police Department (CPD che e’ storicamente nota per le sue pratiche brutali e altamente razziste al pari delle forze di polizia newyorkesi, NYPD, e di Los Angeles, LAPD), travalica, come già accennato, anche i limiti della legalità borghese e si conclude, come da copione, con una completa assoluzione delle forze di polizia.
Fred Hampton era un giovanissimo quadro delle Black Panther Party che in breve tempo era risucito a “fare carriera”, passando da una militanza locale e di quartiere ad un ruolo influente a livello nazionale. Le sue spiccatissime doti di leader e oratore, al pari delle sue capacita’ organizzative e di connessione con le masse, ne fecero il leader della sezione delle BPP di Chicago ad appena 20 anni. Grazie anche al suo contributo le BPP a Chicago avevano enormemente incrementato il proprio supporto, allargando la propria influenza politica ai più svariati gruppi politici: da quelli a sostegno dell’indipendenza Portoricana (the Puerto Rican Young Lords) a chi lottava per l’autodeterminazione delle comunità indigene (the white Appalachian Young Patriots). Ed in particolare erano riusciti nell’opera di ricucire i rapporti tra i giovani sottoproletari, separati dall’appartenenza alle gang. Neri, cinesi, portoricani guardavano al Bpp di Hampton come un punto di riferimento credibile. Quando venne arrestato per aver rubato dei gelati e averli regalati a dei bambini del quartiere e mobilitazioni in città furono enormi. In poche parola, Fred Hampton era uno tra i più prominenti candidati a diventare ciò che l’FBI doveva prevenire a tutti costi, per esplicito mandato di Hoover: “a Black Messiah who could electrify Black Nationalist Hate Groups” (un Messiah nero che potesse dare nuova energia ai gruppi nazionalisti neri). Ed e’ per questo che a soli 21 anni fu barbaramente assassinato nel suo letto.
Come detto, l’operazione fu ideata e pianificata dal Cointelpro su cui è necessario spendere due parole. Inaugurato negli anni Cinquanta e attivo fino alla meta’ degli anni Settanta, rappresenta l’istituzionalizzazione del diritto dello Stato a difendersi con ogni mezzo e maniera. La possibilità, messo nero su bianco, di difendere la classe dominante a qualunque costo e a dispetto di qualunque legge dello Stato.
Sotto il nome di Cointelpro andavano tutte le azioni di contro-spionaggio, eseguite sia dal FBI che dalle varie polizie locali, atte alla distruzione di qualunque organizzazione politica nazionale al fine di preservare “la sicurezza interna”. Il Cointelpro rappresentava una propagazione domestica della CIA (Central Intelligence Agency) che storicamente opera invece esclusivamente su scala internazionale. Anche le operazioni si ispiravano alla CIA, non soltanto assumendo il profilo del contro-spionaggio ma anche nella semplicità con cui travalicavano sistematicamente ogni confine legale. Chiaramente all’epoca dei fatti il programma Cointelpro non era sui libri di storia, e la sua esistenza veniva sistematicamente negata dalle massime cariche governative e da Hoover stesso.
Sotto indicazione del Cointelpro, la polizia di Chicago organizza un raid all’alba del 4 dicembre 1969. La casa in cui dormivano pantere viene circondata e bersagliata da ogni parte. Nell’assalto perde la vita anche un altro compagno delle Chicago Black Panthers, Mark Clark. Le altre pantere presenti al momento del raid vennero arrestate e la cauzione per la loro libertà fissata a centomila dollari. Nei giorni seguenti, assistiamo alle consuete dinamiche in cui la CPD tenta di dipingere l’azione come risposta necessaria delle forze di polizia all’aggressione armata dei militanti delle Pantere Nere, il tutto chiaramente amplificato dalle principali testate giornalistiche. Successivamente alcuni reporter indipendenti decostruirono le prove della polizia a supporto della teoria dell’autodifesa da un assalto delle pantere. Tra i migliaia di neri che si recarono in visita della casa, prontamente impacchettata dalla polizia, i membri della Afro-American Patrolmen’s League si convinsero che si trattasse di un “omicidio politico” e diedero vita da una inchiesta alternativa. Intanto le mobilitazioni portarono il ministro della Giustizia a convocare un Grand Jury che accertasse le dinamiche dell’omicidio. Vennero subito alla luce le menzogne della polizia e le accuse nei confronti delle sette pantere caddero del tutto, anche se nessuno dei poliziotti venne inquisito. Per scoprire la verità si dovranno attendere i risultati della commissione indipendente Wilkins-Clark la quale appurò che ai 99 colpi sparati all’interno dell’edificio dalle forze di polizia, i compagni risposero con un singolo colpo, con ogni probabilità sparato da Mark Clark (che era nell’ingresso di guardia) in un gesto inconsulto più che un tentativo di rispondere al fuoco assassino della CPD. Risultò inoltre chiaro che il corpo di Hapton venne spostato di alcuni metri e sistemato in prossimità della porta per dare il senso di un’offensiva. In realtà il presidente delle pantere dell’Illinois morì nel suo letto e la sua compagna testimoniò di non essere riuscita a svegliarlo neppure quando decine di colpi da sparo tuoneggiavano all’interno dell’edifico. La ragione era che qualcuno lo aveva drogato; l’autopsia rilevò infatti una quantità enorme di barbiturici nel suo sangue. Eppure l’ostilità verso qualunque droga di Hampton era risaputa. Per riuscire a stabilire ogni dettagli dell’omicidio occorreranno delle commissioni civili (che escludevano a prescindere la perseguibilità dei poliziotti assassini) che termineranno i propri lavori nel 1982 con un risarcimento alle famiglie di Hampton e Clark di circa un milione di dollari. A quel tempo si comincerà a parlare del ruolo del Cointelpro e si renderà noto anche il nome dell’infiltrato che non solo aveva provveduto a drogare Hampton a cena e ma si era premurato anche di fornire alla polizia una mappa dettagliata della casa con specifico riferimento ai letti in cui dormivano le varie pantere. Si trattava di O’Neall, un pregiudicato, arruolato dalla polizia come infiltrato nel Bpp per uno stipendio di 575 dollari al mese e la cancellazione dei propri reati. In breve tempo O’Neall riuscì a scalare i livelli dell’organizzazione e divenire nientemeno che la guardia del corpo di Hampton. Queste sono solo alcune delle incredibili scoperte delle commissioni d’inchiesta che lasciano chiaramente percepire fin dove lo stato possa e voglia spingersi per annientare qualsivoglia afflato rivoluzionario. Questa storia ci aiuta anche a evidenziare come il Cointelpro fosse assolutamente organico alle più elevate agenzie repressive degli Stati Uniti e che non si può e non si deve parlare di singole mele marce o di apparati deviati come qualcuno cerca di fare qui in Italia.
Per questa ragione crediamo che la memoria storica serva, ancora una volta, a ricordarci che non può esistere alcuna compatibilità tra gli sfruttati e gli organismi di uno stato basato sulla difesa di quel medesimo sfruttamento.
In memoria di Fred Hampton, ucciso all’età di 21 anni perché comunista.
Antifa Resistance
Sarri 27














