Negli ultimi tempi siamo stati assenti, nessuna produzione di editoriali, nessuna notizia. Avremmo voluto spiegare ai nostri visitatori la nostra decisione di utilizzare la pausa estiva per rinnovare il sito e presentarci nella nuova veste grafica. Questo in seguito anche ai risultati positivi ottenuti dal giro di presentazioni, che qualche tempo fa ci ha impegnati e per il quale non possiamo che ringraziare ancora i compagni che ci hanno ospitato.
Il 26 luglio scorso però è accaduto qualcosa che ha modificato questa nostra siegazione. Lo scorso lunedì ci sono stati due arresti, tra questi il nostro compagno anarchico Tonino, che da allora è a Poggioreale.
Lo scorso primo maggio, a Napoli la polizia permette ad un gruppo di fascisti di avvicinarsi al corteo che sfila, inscenando provocazioni e minacce. I compagni reagiscono allontanandoli. Uno degli infami si rifugia in un negozio e ne esce con alcune ferite da taglio.
Di questo ferimento viene accusato di concorso il nostro compagno. Non ci interessa giudicare l’operato dei compagni. Non ci interessa capire le dinamiche degli eventi prima di scegliere da che parte schierarci. Tonino è in galera per ciò che rappresenta, per essersi impegnato nelle lotte ambientali, antifasciste o contro la repressione. Colpevole o innocente sono categorie che non ci appartengono.
Per questo, decidiamo di utilizzare questa pausa per rimandarvi al sito che è stato aperto per Tonino , al quale va tutta la nostra solidarietà.
Compagno siamo con te!
Tonino libero!
I compagni di Antifaresistance
Repressione è (la loro) civiltà
“E le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno.
I campi sono fecondi, e sulle strade circola l’umanità affamata.
I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole.
Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello.
E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.
Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro,
e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta.”
John Steinbeck, 1939
Mentre cerchiamo (con i soliti ritardi!) di buttare giù alcune righe per descrivere ai nostri affezionatissimi lettori i giorni delle presentazioni del sito, abbiamo deciso di dedicare un po’ di attenzione ad un documento che già da tempo abbiamo sotto mano. Si tratta della “Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza”, a cura del ministero degli interni.
Un documento di circa 150 pagine il cui secondo capitolo è senza dubbio quello che ha attirato più degli altri il nostro interesse. Con il significativo nome di “Minaccia eversiva nazionale ed antagonismo estremista” descrive, infatti, i tracciati repressivi che lo Stato costruisce attorno al movimento. E’ ovvio, comunque, che il documento abbraccia anche aspetti altri rispetto a quello dei movimenti antagonisti, come quello degli immigrati; è insomma un quadro abbastanza significativo dello sviluppo delle qualità repressive che in tempi di crisi dimostrano, senza veli, il carattere brutale delle democrazie capitaliste. Si configura, sempre più, la costruzione di un paradigma repressivo ossessivo in grado di abbracciare ogni anfratto della vita personale e collettiva.
Vi proponiamo il link per scaricare l’intero documento a cui facciamo solo questa brevissima introduzione al capitolo sui movimenti antagonisti, per non togliervi il gusto della lettura.
Il capitolo si apre con un cappello interessante dal punto di vista logico. Si sviluppa l’elemento introduttivo, la pietra angolare da cui guardare a tutti i fenomeni posti in questione.
La teoria è assai semplice; le elaborazioni teoriche del movimento sono declinazioni di differente livello mutuate da strutture politiche armate o eversive.
Il teorema è già pronto. Tutti i compagni che si impegnano negli ambiti delle lotte sociali non sono altro che interpreti di teorie elaborate in circuiti eversivi. Le lotte sociali, dal canto loro non sono nulla di differente che il terreno applicativo di tale elaborazioni.
Le lotte ambientali o per quelle riguardanti il mercato del lavoro vedono dunque “l’infiltrarsi” dei movimenti nel tentativo di utilizzare il malcontento generato dalla crisi, per i propri fini eversivi. Nessun ambito è escluso da questo ragionamento.
Qualunque lotta, pertanto, può finire nell’occhio del ciclone per associazione o eversione.
Ancora una volta, quindi, ribadiamo la necessità di costruire un ragionamento serio e articolato sulla repressione in grado di superare le frazioni o le perplessità sui percorsi dei compagni di volta in volta colpiti; crediamo sia questo il solo modo per riuscire a difenderci da un attacco contro il movimento tutto che si muove indipendentemente dalle aree. A tal proposito è interessante anche notare che nel documento si parla schiettamente della solidarietà tra compagni come un effettivo pericolo da monitorare.
Siamo tutti sotto la medesima strategia repressiva e tutti insieme dobbiamo combatterla.
http://www.sicurezzanazionale.gov.it/web.nsf/pagine/relazione_al_parlamento
8 giugno 2010, Presentazione Antifaresistance a Roma
9 giugno 2010, Presentazione Antifaresistance a Napoli
10 giugno 2010, Presentazione Antifaresistance a Bologna all’Xm24 (h 20:00)
Il 12 giugno 2010 saremo a Parma per ricordare le lotte, gli ideali e i sogni di Matteo Bagnaresi
13 giugno 2010, Presentazione Antifaresistance a Brescia. “Festa della Resistenza” (cortile scuola primaria Calini, via Bixio)
Grecia: quando il capitalismo europeo è al collasso

“La crisi preme, il welfare paga” scrivono in questi giorni i giornali. Una foto di Zapatero accanto a quella di Papandreu, e la crisi greca diventa crisi europea.
Così il collasso di un singolo paese riesce a minacciare l’impianto e la credibilità stessa di quel tanto discusso polo imperialista chiamato Europa. Un polo costituito non solo da un sistema economico integrato, ma il cui supporto sovrastrutturale comprende progetti di riforme del sistema del lavoro e della formazione, un sistema repressivo e militare comune e una costruzione (per quanto fittizia) di un sostrato culturale comune, giusto per dirne qualcuna.
Il sistema europeo è stato progettato come integrato e non omogeneo. Per integrazione intendiamo la diversificazione degli strumenti per il raggiungimento degli stessi scopi, pensiamo quindi a come le riforme del mercato del lavoro o della formazione non vengano applicate in tutti gli stati allo stesso modo. Diversi stati, diversi interventi. E così anche nel caso degli standard economici il risultato è evidente. Alle porte dell’Europa non tutti gli stati si sono trovati con gli stessi numeri, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia in primis. E gli iniziali “inviti” al raggiungimento e mantenimento degli standard, sono poi diventate esortazioni, ingiunzioni e minacce di esclusione. A suo tempo l’Italia reagì con la “tassa sull’Europa” che, nonostante erodesse di fatto il benessere delle famiglie, passò informalmente come l’unica strada per la sopravvivenza stessa dell’Italia in un contesto internazionale. O Europa o fallimento, e lo stesso valeva per la Grecia. Solo che per quante minacce l’Europa avrebbe potuto fare, e per quante manovre i governi avrebbero potuto varare, quegli standard erano e restano difficilmente raggiungibili per questo paese che la competitività non può ancora vederla, nemmeno al ribasso. Quindi ora si passa alle promesse. Promesse di aiuti da parte di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale in cambio di altre promesse di “austerity” da parte del governo greco. E da qui le risposte, diverse e caratterizzanti per ogni paese e per ogni linea di intervento. Risposte date appunto da quelle “variabili”, chiamiamole così, che fanno di ogni situazione qualcosa di a sé stante, e che sono costituite dal differenziale di potere della borghesia del paese rispetto alle altre borghesie europee, dei rapporti di forza tra le classi e di come questi si sviluppano all’interno del paese, con tutte le contraddizioni che di seguito riescono ad esplodere nel paese.
Definiamo poi il sistema europeo come non omogeneo, perché le borghesie che lo compongono, le stesse che si prefiggono gli obiettivi comuni, sono di fatto in costante concorrenza tra loro. Da qui il “non interesse” a che tutti gli stessi membri abbiano le medesime condizioni economiche. Un europeista lo chiamerebbe complementarietà delle economie e stimolo alla crescita economica, noi lo chiamiamo imperialismo. E la dimostrazione è che sicuramente in questo contesto vi saranno capitalisti esteri e greci, come il noto proprietario della Marfin Bank, a godere i frutti di questa crisi. Ancora una volta, il profitto è il prodotto della stessa crisi strutturale del sistema.
Da un lato stipendi e pensioni bloccati all’attuale tasso di inflazione, così da tenere a bada le eventuali eccessive spinte alla crescita. E dall’altro lato mercati finanziari che salgono e scendono, credibilità di un’economia in mano alle dichiarazioni pubbliche, e miliardi di euro che si spostano su un filo invisibile, soldi di tutti tranne che della Grecia, a quanto pare. E in mezzo, le banche.
Gli esempi di quanto esposto finora si sono manifestati sin da subito. La minaccia di un collasso greco e le rivolte che sono immediatamente seguite, hanno comportato un immediato riflesso sui mercati finanziari e sul sistema euro. Riflesso che si è provato a riassorbire attraverso pubbliche dichiarazioni d’intenti di risanamento e promesse (quanto mai vane) della solidità del sistema. E difatti a dimostrazione di questa gran solidità, sono bastati pochi giorni che la Spagna ha cominciato a vacillare, sia nelle sua economia interna, che nell’ambito dei movimenti di opposizione sociale, che hanno tentato di cogliere l’esplosione della contraddizione a livello europeo per poter far propagare la scintilla di quella rivolta nata un po’ più a est e un po’ di tempo prima.
Non va dimenticato però che la portata stessa di questa crisi rischia di aprire scenari inimmaginabili fino a poco tempo fa. Il progetto europeo non uscirà da questa crisi come se nulla fosse accaduto; per la prima volta l’esistenza stessa dell’EU viene messa in discussione e minacciata. Il fallimento dell’Europa come polo imperialista spariglierebbe gli equilibri nel teatro interimperialista. Proprio all’interno di questo conflitto è possibile individuare alcune delle cause e delle ragioni della crisi che attanaglia l’Europa; guerre tra borghesie al collasso per imporre la propria moneta o per salvare la propria economia a discapito di qualche altro contendente.
Perché già da qualche tempo in Grecia la situazione dei movimenti era incostante evoluzione, resa però poco nota a causa anche del precedente governo di destra che difficilmente ha lasciato trasparire ciò che accadeva, sia nell’economia del paese, che nelle risposte dal basso. Abbiamo assistito però proprio durante l’emergenza della crisi ad una ripresa, ad una ricomposizione della classe. Quello che salta subito all’occhio è la capacità della classe lavoratrice greca di non credere alla propaganda governativa o repressiva e di essere in grado di schierarsi dalla propria parte anche in situazioni di conflitto particolarmente grave. Questo atteggiamento è senz’altro il risultato di un lavoro e di un accumulo di esperienze di lotta degli scorsi anni.
In un articolo del Wall Street Journal di qualche tempo fa si definiva appunto quella della rivolta greca una minaccia reale al sistema economico del Paese. In effetti, l’attuale difficoltà a contenere le lotte è la minaccia più grave che il Paese subisce, in quanto rende sempre più difficile dare credibilità alle promesse di stabilità che i capitalisti e i banchieri di turno provano a costruire intorno alla crisi, oltre ai “disagi” all’economia reale che mobilitazioni di questa portata causano ad intere città, completamente paralizzate. E anche di fronte all’ingente carica repressiva, volta ovviamente a sedare in maniera violenta le lotte, al fine di rendere credibile all’esterno la ripresa che da un giorno all’altro la Grecia poteva affrontare, i movimenti non si sono affatto scomposti. Nonostante l’episodio dei tre morti della Marfin Bank, il cui responsabile va rintracciato piuttosto nel suo proprietario Vgenopoulos, il quale ha imposto a tutti gli impiegati di restare in tutte le filiali, pena il licenziamento. Nonostante i rastrellamenti nel quartiere Exarcheia, che dalla morte di Alexis non si vedevano compiere. Nonostante le precarie condizioni di salute di Symeon. E nonostante durante i cortei vi sia stata una presenza sempre più massiccia delle forze dell’ordine e dell’antiterrorismo, i cortei, gli scioperi, i presidi fuori le carceri sono proseguiti, impedendo così che la minaccia alla bugia colossale sulla ripresa economica si potesse sedare, che l’ennesima bufala del sacrificio per il bene di tutti potesse rappresentare l’esempio di una Grecia accomodata alle esigenze del capitale Europeo.
Uno degli insegnamenti più rilevanti dell’esperienza greca è, lo ripetiamo, senz’altro la capacità di costruire nelle lotte sociali una coscienza in grado di far fronte alla propaganda e alla repressione. E’ questo, probabilmente lo scarto da superare, la coscienza (in una fase come questa più che mai) può nascere dalla pratica e solo da essa. Dovremmo attrezzarci di questo tipo di bagaglio per affrontare i mesi e gli anni a venire. E’ evidente, infatti, che la Grecia lancia a noi importanti segnali e insegnamenti. Uno dei quali è, probabilmente, che, in questa fase, una strategia complessiva della classe lavoratrice può nascere e svilupparsi solo a livello europeo per risultare vincente.
E’ questo il terreno con cui dovremmo confrontarci prossimamente nel prossimo futuro, considerando che già si assiste all’imponenente mobilitazione che in questi giorni vede protagonisti i lavoratori rumeni, in sciopero contro i tagli a pensioni e salari imposti dal FMI.
Chiudiamo l’Editoriale con una nota che interessante riguardante l’estrema destra. A Roma, Forza Nuova, gruppo esplicitamente fascista, il cui segretario è il noto stragista Roberto Fiore, ha calato uno striscione sul Colosseo con lo slogan “popoli d’Europa alzatevi”.
La campagna che la destra sta portando avanti per cercare di utilizzare la crisi infiltrandosi nella classe è materia che riguarda tutto il continente; è chiaro il tentativo di cercare fin da subito di dirottare la rabbia e il malcontento su elementi complementari con il sistema. Questo scenario, su cui prossimamente cercheremo di far maggiormente luce, chiama all’attenzione i compagni di ogni nazione.
17/05/2010
L’india tra la Tata e Mao
Vi proponiamo un approfondimento basato sui report e sulle informazioni che ci arrivano da un compagno del nostro collettivo editoriale che si trova da diversi mesi in India. Il silenzio sull’argomento e la scarsa conoscenza di quella realtà ci hanno costretti a soffermarci a lungo su questioni storiche o politiche finendo per rendere (anche questa volta!) il nostro contributo settimanale piuttosto lungo. Speriamo ce lo perdonerete…
INTRO
Questa settimana facciamo un salto di 6/7 mila chilometri a est e ci spostiamo niente di meno che nel secondo paese più popoloso al mondo che potrebbe riscoprirsi addirittura primo in questa speciale classifica, allorquando il censimento più grande della storia dell’umanità, iniziato solo qualche mese fa, arriverà a compimento: l’India.
Questo sarà un editoriale un pochino fuori dagli schemi. Non riporteremo gli ultimissimi avvenimenti, non faremo una cronaca delle ultime iniziative dei compagni. Troppo poco si conosce dalle nostre parti della situazione di una nazione tanto complessa quanto cruciale per lo sviluppo delle contraddizioni di classe nel nostro secolo, per potersi limitare semplicemente ad una rassegna degli ultimi avvenimenti. É questa la ragione per cui abbiamo deciso di dare il nostro contributo per riempire un buco di informazione su un paese che di spunti rivoluzionari, tra mille difficoltà e contraddizioni, ne ha eccome.
Cercheremo di fare un resoconto della situazione complessiva del paese che si divide tra le esperienze di lotta armata nelle cosiddetta “red belt” e fortissime contraddizioni di carattere religioso e ispirazione feudale (vedi divisione in caste), per larga parte ancora irrisolti e che vengono sapientemente sfruttati dal padronato per dividere la classe. Speriamo inoltre di riuscire a sviluppare, nelle settimane che seguiranno, approfondimenti di vari aspetti che introdurremo nell’editoriale odierno.
Nonostante non se ne abbia assolutamente percezione nei paesi del primo mondo, l’India é solo sulla carta definita come una nazione unica. In concreto é l’unione di realtà economiche e culturali profondamente differenti e che singolarmente per popolazione e ricchezze culturali potrebbero essere comparate ai principali stati europei (l’Uttar Pradesh, stato più popoloso dell’India, se indipendente risulterebbe la quinta nazione più popolosa al mondo), basti pensare all’esistenza di 22 diverse lingue ufficialmente riconosciute e la maggior parte di esse con alfabeti completamente diversi gli uni dagli altri. Questo si riflette nella realtà politica. Ha, dunque, davvero poco senso sviluppare un’analisi a livello nazionale, l’India é dominata da una marea di movimenti che ricevono enorme supporto e appoggio in alcuni stati ma sono assolutamente assenti e irrilevanti in altri. Conscio di questa realtà lo stato Indiano si é attrezzato conseguentemente sin dall’indipendenza nel 1947. Il sistema politico indiano, definito federale sulla carta, prevede invece una fortissima concentrazione del potere nelle mani del governo centrale. Basti pensare che i governi dei 28 stati dell’India sono completamente dipendenti finanziariamente dal governo centrale, e inoltre l’articolo 356 della costituzione dà a quest’ultimo il potere di sciogliere uno qualsiasi dei governi locali; l’utilizzo di questo “privilegio” non é stato assolutamente lesinato. Superano il centinaio i governi “dismessi dall’alto”, in particolare durante gli anni ‘70/’80 sotto il governo di Indira Gandhi e contro i governi guidati dai partiti di opposizione in generale e in particolare dal fronte comunista nel Kerala e nel Bengala Occidentale, quando il cosiddetto Left Front, di cui parleremo diffusamente nel seguito, aveva ancora qualche piccola ambizione rivoluzionaria. Tale centralismo é ovviamente giustificato con le solite argomentazioni propagandistiche di governabilità ma é chiaro l’intento di scongiurare qualsiasi possibilità che i movimenti locali, che come detto caratterizzano l’India in ogni sua parte, e che hanno raggiunto in talune occasioni un’avanzatissima organizzazione di classe (vedi il primo Telangana Movement negli ultimi anni ‘40, nonché l’attuale insurrezione maoista negli stati tribali dell’India centrale). Inoltre, molteplici sono stati i tentativi di svilire i governi locali di potere. Inizialmente il sistema amministrativo indiano, che tutt’ora, eccezion fatta per i governi statali, non definisce chiaramente come articolare la governabilità locale, semplicemente suggeriva l’indizione di elezioni locali a base quinquennale, la qual cosa accadeva di rado ed in maniera assolutamente casuale ad eccezione per quegli stati, Kerala e Bengala Occidentale, dove un forte movimento di sinistra si é sviluppato negli anni.
La vita parlamentare indiana nei ‘60 anni di indipendenza, per quel che concerne il governo centrale, é stata nient’affatto avvincente. Dal primo governo nel 1950, che brutalmente represse l’insurrezione comunista nel Telangana a cui abbiamo accennato sopra, il dominio del partito “Indian National Congress” (INC) é stato schiacciante. A parte brevissime parentesi, in 60 anni l’INC é stato tagliato fuori dal potere solo nel governo del 1999 guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) per poi ritornare prontamente al potere nel 2004 e riconfermarsi nel 2009. Il BJP é la faccia pulita del movimento fascista/Induista fondamentalista Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS). Date le sue complessità e diversità rispetto ai caratteri nostrani, ci riproponiamo di sviluppare l’analisi del fascismo e dei partiti che potremmo chiamare fascisti presenti in India in altra sede. L’INC é il partito paladino di tutte le propagande borghesi che mostrano una nauseante solidarietà con astratti spiriti rivoluzionari e pacifisti: il Mahatma Gandhi. Il partito, sempre al fianco della borghesia e dei poteri forti per stessa ammissione del suo primo e più celebre leader, il quale non ha mai mostrato alcuna simpatia per spiriti comunisti e rivoluzionari, potrebbe però essere caratterizzato come di centro-sinistra rispetto alle categorie politiche del panorama europeo. É questa una delle principali differenze tra la storia dell’India e dell’Italia del dopo guerra.
Da porre in rilievo è anche il contesto internazionale in cui l’India era coinvolta in quel periodo, stretta com’era tra l’Unione Sovietica e la Cina Popolare. L’influenza del socialismo sovietico sulla politica, anche economica, indiana é, infatti, innegabile. Chiara evidenza di quest’influenza é l’aggiunta nel 1976 della parola “socialista” alla descrizione del sistema di governo indiano che viene ora definito Sovrano, Socialista, Secolare, Democratico e Repubblicano. Non vogliamo così dare legittimità politica a simili elementi che rimangono assolutamente uno specchietto per le allodole, basti guardare all’influenza attuale degli Stati Uniti nella politica indiana, la fame e miseria che dilaga ovunque al pari di fortissimi contrasti religiosi e di caste, e le condizioni di vita del popolo indiano nel suo complesso per invalidare i primi quattro aggettivi, ma é al contempo indubbio un ruolo del pubblico nell’economia indiana, durante gli “anni sovietici”, sicuramente incomparabile rispetto alle realtà europee dominate da partiti filo-americani (le relazioni tra l’India e la Cina Popolare sono stati per lungo tempo complesse e tutt’altro che distese ma non svilupperemo tale tematica in questa sede).
Questo quadro é radicalmente cambiato quando nel 1991 l’INC optò per la tanto agognata apertura dei mercati e finalmente vennero aperte le porte a capitali stranieri che vedevano nell’India e nel suo miliardo e passa di abitanti, un bocconcino troppo invitante in termini di potenziali ampliamento dei consumi. Il 1991 é anche l’inizio di quello che tutti i servi della propaganda borghese hanno con toni celebrativi e di ammirazione definito il “boom economico dell’India”. Il PIL indiano é iniziato a crescere a ritmi mai visti in precedenza. Tutti contenti. Tutti a celebrare i miracoli del capitalismo. Nella celebrazione generale alcuni, irrilevanti particolari, sono sfuggiti ai più: quante bocche ha da sfamare questo PIL? Quante ore ha da lavorare al giorno per garantire una pseudo-educazione ai propri figli? Ah, il PIL non é il nome di una persona?!
Come al solito dietro i numeri di una astratta e impersonale “crescita economica” si cela la cruda verità. Negli ultimi vent’anni non solo le differenze di classe hanno assunto connotati disgustosi con i 100 indiani più ricchi che, stando alle statistiche del periodico americano Forbes, posseggono un quarto della ricchezza di un paese di un miliardo e duecento milioni di abitanti, ma le condizione della parte più povera della popolazione, che in India si aggira “solo” intorno ad un 60/70 %, sono addirittura peggiorate in senso assoluto. Su questo punto le statistiche sono, volutamente, confuse, ma un dato chiaro é che il consumo medio per le famiglie più povere di cereali si é abbassato da 880 Kg a 770 Kg. E l’attuale governo UPA (United Progressive Alliance, un’alleanza di governo guidata da…l’INC!) al potere dal 2009, si é gettato schifosamente sempre più nell’arena del liberismo e il supporto al grande capitale che si evince dalla finanziaria per il 2011 é senza precedenti nella storia del paese. Di fronte ad un impennata dei prezzi dei beni di prima necessità come riso e zucchero ad un ritmo che si aggira attorno al 20 % annuo, il governo UPA ha ben deciso di optare per un taglio del 12 % dei sussidi per il cibo e il carburante (quest’ultimo ha un ruolo essenziale nell’aumento dei costi degli alimenti dato il diffuso uso di trattori e il già elevatissimo costo del diesel in India), e per un aumento irrisorio per i progetti di sviluppo delle zone rurali che, tenuto conto dell’inflazione, si ripercuoterà in una effettiva riduzione. Per non parlare degli scandalosi tagli alla tassazione diretta di 4.3 miliardi di Euro a vantaggio di quel 2 % della popolazione con un reddito superiore a 5000 € annui (tali tagli sono cinque volte superiori al totale dedicato allo sviluppo dell’India rurale) che recupererà da un aumento pari a quasi il doppio, 8.3 miliardi di Euro, per la tassazione indiretta che invece affliggerà tutta la popolazione. Insomma una politica certamente in linea con i propositi sbandierati in ogni dove di riduzione dell’enorme differenze di classe nel paese!
LE FORZE DELLA SINISTRA
E la sinistra?! I comunisti?! Anche in India le forze di sinistra sono estremamente frammentate. A partire dal 1964 si sono susseguite scissioni continue dell’allora unito Communist Party of India (CPI). Le ragioni di tali scissioni, come sempre accade, sono un misto di opportunismo e questioni ideologiche. Non ci soffermeremo sull’analisi di ognuna di esse, tra l’altro davvero troppo numerose per essere analizzate singolarmente, ma ci limiteremo a descrivere la situazione odierna derivante da tale frammentazione. Una parte dell’allora dirigenza rivoluzionaria del CPI é rimasta fedele a tale linea, e tra i vari partiti che fanno del Leninismo la propria bandiera citiamo the Socialist Union Center of India (SUCI) e gli antisistemici Communist Party of India Marxist-Leninist (CPI(ml)), il Communist Ghedar Party of India (CGPI), e il Communist Party of India Maoist (detti semplicemente Maoisti), questi ultimi perseguono la strada della lotta armata. Sull’analisi di quest’ultima forza, che é stata dichiarata illegale in India, avremo tempo e modo di soffermarci in seguito. Diversa é stata la linea abbracciata dai partiti (autodefinitesi) comunisti di maggioranza, nello specifico il Communist Party of India Marxist (CPI(m)), il Communist Party of India (CPI), All India Forward Block e il Revolutionary Socialist Party, questi ultimi formano il sopracitato Left Front.
Normalmente siamo abituati a non entrare nel dettaglio dell’analisi della politica dei partiti (autodefinitesi) comunisti di governo, dato che non riconosciamo alla via parlamentare alcuna prospettiva. Nel caso indiano, però, faremo un’eccezione per due motivi. Da un lato in India tali partiti comunisti di governo sono riusciti effettivamente a conquistare il potere in alcuni stati (non vi illudete…semplicemente tramite elezioni!), dall’altro, l’analisi delle politiche sviluppate durante tali esperienze di governo ci possono dare preziosi spunti per comprendere l’effettivo abbandono della causa rivoluzionaria da parte di queste forze politiche. Va sicuramente detto che il Left Front é molto più vicino ad una realtà del tipo “vecchio partito comunista” piuttosto che uno qualsiasi dei partiti dell’attuale “sinistra radicale”. Il Left Front da un lato gode indubbiamente di appoggio di massa, e in particolare di matrice proletaria, che non permette di liquidarlo semplicemente come forza parlamentare anti-rivoluzionaria, e da l’altro va riconosciuto che, seppur non rivoluzionario e con mille contraddizioni, almeno rappresenta una reale forza progressista con una ben identificata classe di riferimento.
Un dato interessante per la statistica é che la prima elezione della storia in cui é stata una forza comunista a trionfare, é avvenuta in India. Per la precisione nel 1957 nello stato del Kerala l’allora unito CPI riuscì ad aggiudicarsi il governo dello stato, prontamente poi dismesso nel 1959 dal governo centrale grazie all’articolo 356 di cui abbiamo parlato all’inizio. Procedendo con ordine i comunisti, in varie alleanze, variazioni sul tema del Left Front, sono al potere in tre stati, di due abbiamo già citato il nome, Kerala e Bengala Occidentale, mentre il terzo é uno stato del nord est dell’India poco rilevante per estensione e popolazione, lo stato del Tripura.
Il Tripura non offre tanti spunti di riflessione, vuoi per i soli 3 milioni di abitanti che lo rendono uno degli stati meno popolosi, vuoi per una locazione geografica “periferica”. Diremo solo che la forza del Left Front é schiacciante, il CPI(m) controlla da solo più del 60 % del parlamento locale, ed é praticamente al governo ininterrottamente dal 1977. Tripura, fin dagli anni post-indipendenza, é stato teatro di diverse ribellioni che si sono però placate negli anni recenti.
Il Bengala Occidentale é indubbiamente molto più ricco di spunti.
Lo stato ha una popolazione di oltre 80 milioni di persone e la capitale é una delle principali città dell’India, Calcutta. Anche qui il Left Front domina incontrastato dal 1977 ma a differenza del Tripura il domino é stato letteralmente totale. Dal 1977 al 2000 lo stato é stato guidato da una delle figure principali del movimento comunista indiano, Jyoti Basu , scomparso in gennaio. L’analisi dell’operato del Left Front, soprattutto in tempi recenti, é abbastanza inclemente e i dati delle elezioni politiche del 2009 lo testimoniano. Per la prima volta dopo 32 anni nel Bengala Occidentale, il CPI(m) ha guadagnato meno parlamentari del INC. Una delle principali ragioni di questa sconfitta é sicuramente da addurre alla svolta intrapresa nei primi anni 2000 per sviluppare il processo di “industrializzazione”. L’enorme supporto popolare di cui gode del Left Front nello stato deriva, infatti, principalmente dalle politiche sviluppate nei primi anni dei governi Basu in cui il partito ridistribuì la terra ai contadini come mai era avvenuto in India. I 23 anni di governo Basu hanno anche per molti versi rappresentato un’eccezione rispetto al panorama nazionale. La partecipazione popolare alla vita politica dello stato ne é un esempio cosi come una struttura di welfare nei confronti dei lavoratori che nel Bengala Occidentale godono di “privilegi” e un livello di organizzazione sindacale estremamente maggiori rispetto alle condizioni medie indiane. La riforma agraria del Bengala Occidentale testimonia da un lato quanto il Left Front abbia in talune occasioni supportato la causa dei proletari e dall’altro come le politiche di classe siano le uniche che possano generare ampi e duraturi consensi popolari. Il partito, negli anni a seguire, ha però gradualmente ceduto ai milioni della borghesia indiana, seppur va riconosciuto che lo stato rimane tra i più secolari dell’intera India.
Se la svolta é stata graduale durante i 23 anni di governo Basu, il processo ha, come già detto, ricevuto un’impennata dal 2001, quando Bhuddadep Bhattacharjee é stato eletto primo ministro del Bengala Occidentale sostituendo un’ormai troppo vecchio Basu. Da quella data il Left Front ha aperto le porte a capitale straniero e permesso alle multinazionali, indiane e non, d’iniziare finalmente ad estorcere profitti anche alla popolazione bengalese, cedendo così, alle critiche che vedevano nell’eccessiva protezione dei lavoratori, la ragione della stagnazione dell’economia del Bengala Occidentale. L’esplosione delle contraddizioni di classe, generate da questo tradimento in piena regola delle aspirazioni dei lavoratori e dei contadini, i quali da soli costituiscono il 60 % della popolazione dello stato, non si sono fatte attendere. Alla proposta di impiantare la costruzione di enormi stabilimenti chimici, nonché di aprire le porte a TATA (la principale, gigantesca industria indiana, principalmente nel mercato automobilistico ma con diramazioni in praticamente tutti gli ambiti dell’economia del paese) e alle successive espropriazioni di enormi quantità di terra dalle mani di quei stessi contadini, che con i loro voti hanno dato per trent’anni legittimità al governo del Left Front, la classe ha risposto con ribellioni senza precedenti in varie zone dello stato. La più famosa di esse è senza dubbio quella del Nandigram. A queste esplosioni di collera popolare, il Left Front ha dato prova di quanto fosse ormai lontano anni luce da qualsiasi politica che possa essere definita socialista. Barbariche repressioni e uccisioni sommarie hanno rappresentato l’unica risposta che il CPI(m) e gli altri partiti del Left Front ha reputato di dover dare. C’é da dire che ci sono state forti critiche interne alla linea scelta Bhattacharjee ma che comunque il partito ha iniziato realmente a ragionare sui propri errori solo dopo la sconfitta elettorale senza precedenti del 2009. Alla fine é stata fatta pubblica ammenda: l’inizio di una nuova linea politica o una rapida pulitura di faccia onde evitare una sconcertante sconfitta nelle elezioni locali che si terranno nel 2011? Ci chiamerete scettici, pessimisti o come volete ma é per noi davvero difficile credere alla prima ipotesi…
Ne parleremo più diffusamente nel seguito, quando avremo modo di affrontare la questione maoista in maniera più specifica, ma non possiamo non sottolineare come sui 33 anni di governo pesino gravemente un numero imprecisato di assassinii e di nefandezze di ogni genere contro gli appartenenti al cosiddetto Naxalbari Movement.
La guerra aperta tra CPI(m) e Naxaliti (sinonimo del Naxalbari Movement) ha assunto livelli di durezza terribili a partire dal 1967, anno dell’insurrezione di Naxalbari da cui il movimento prende il nome. Nonostante diverse contraddizioni e limiti di tale movimento, soprattutto nel Bengala Occidentale, é innegabile che i Naxaliti ottengano supporto in questo stato da quella fetta più povera della popolazione tradita dalle politiche del CPI(m) e Left Front. La reazioni a queste contraddizioni da parte del governo dello stato del Bengala Occidentale non é stata nient’affatto diversa da quella della borghesia imperialista che tanto criticano nelle loro sedi di partito: polizia e repressione!
Ulteriore, e dal nostro punto di vista enorme, limite delle politiche del Left Front, chiaramente nella prospettiva del volerle giudicare come rivoluzionarie, é l’assenza totale in 33 anni di sforzi per la costruzione di una coscienza di classe al livello nazionale. Il partito si giustifica con l’impossibilità di reale agibilità politica dovuta alla forte centralizzazione del potere in India. L’esempio di Cuba ci dimostra come anche in condizioni di oppressione sia possibile non abbandonare una politica di internazionalismo proletario, e in questo caso non si tratterebbe neanche di internazionalismo ma di una sorta di nazionalismo proletario, e come esso paghi a lungo termine. L’atteggiamento del partito rispetto alla assenza su scala nazionale di una reale prospettiva rivoluzionaria ci pare piuttosto quello di chi vuole lavarsene le mani e opportunisticamente tenersi stretto il controllo di una piccolissima isoletta, dalla quale, appunto per la forza del potere centrale, non può altro che svilupparsi una politica riformista destinata a lungo termine, così come pare stia accadendo, ad essere schiacciata dal liberismo della peggior specie.
Il terzo stato in cui i “comunisti” sono al potere é il Kerala in cui, però, la situazione é considerevolmente differente. Qui il dominio delle forze di sinistra é decisamente meno schiacciante, anzi é prassi un’alternanza che ricorda in pieno il modello bipolare che tanto ispira i politici nostrani. Nel caso presente la polarizzazione tra i due schieramenti é quanto meno assai più netta dei nostri centro-sinistra e centro-destra. Attualmente il governo é nelle mani del Left Democratic Front (LDF) che é costituito dai quattro partiti del Left Front, con l’aggiunta di altri partiti locali di minoranza. L’alternanza va avanti da oltre quarant’anni. Nonostante ciò anche nel Kerala va riconosciuto alla sinistra di essere stata in grado di creare condizioni di uguaglianza invidiabili per la condizione complessiva dell’India. Anche qui la riforma agraria é stata una delle priorità del partito sin dalla prima affermazione nel 1957. L’entità della distribuzione non é comparabile con quanto fatto nel Bengala Occidentale, infatti il fiore all’occhiello del CPI(m), di gran lunga partito maggioritario nel LDF, é indubbiamente l’elevatissimo tasso di alfabetizzazione raggiunto nel Kerala, praticamente del 100 %, contro una media nazionale che si attesta intorno al 60 %. La principale caratteristica della politica del LDF nel Kerala é stata la partecipazione popolare. La coalizione, sin dagli anni ‘60, ha tentato di sviluppare un controllo democratico dal basso i cui sviluppi sociali (il 100% di alfabetizzazione ne é un esempio) sono di indubbio interesse. Tali sforzi hanno trovato strenua opposizione da parte dell’INC, forte anche del sostegno del governo centrale, ma gradualmente il Kerala é riuscito in un processo reale di decentralizzazione del potere, che ha raggiunto nella campagna nota come “People’s Campaign for Decentralized Planning”, lanciata dopo la vittoria del LDF alle elezioni governative del 1996, uno dei suoi livelli di coinvolgimento più alti. Dato l’indubbio interesse che quest’esperienza può suscitare, e al contempo l’estrema complessità della stessa, ci riproponiamo di sviluppare un’analisi dell’esperienza del Kerala in un’altra sede, in modo da poter dare ampio spazio a tutte le analisi del caso. In quest’editoriale ci limiteremo a trarre un sommario giudizio in qualche maniera in linea con quanto detto nel caso delle politiche del CPI(m) e dei vari partiti del Left Front nel Bengala Occidentale.
Le politiche sviluppate nel Kerala hanno permesso conquiste sicuramente di non trascurabile spessore per la classe. La già citata alfabetizzazione nonché un’elevatissima organizzazione sindacale dei lavoratori (tutt’altro che comune su scala nazionale) sono solo alcuni esempi. D’altra parte l’atteggiamento riformista della coalizione é quantomeno altrettanto chiaro. Indicative sono le posizioni che il leader storico del LDF, nonché del CPI(m) nel Kerala, E. M. S. Namboodiripad chiaramente espresse nei primi anni novanta e che invitavano l’INC, allora al governo nello stato, a cooperare per uno sviluppo concertato dei progetti di decentralizzazione del potere. Insomma una politica dal basso é sicuramente un elemento costitutivo del nuovo modello di società per cui noi tutti lottiamo, la matrice di classe di tale partecipazione democratica é però imprescindibile per infrangere le catene di sfruttamento del sistema attuale. Nell’esperimento del Kerala ci pare chiaro che si sia cercato una sorta di supporto bipartisan, atteggiamento a lungo termine fallimentare. L’incapacità di costituire un consenso duraturo ha reso impossibile alcun avanzamento reale rispetto alla modifica del sistema di produzione. Anche nel Kerala la risposta alla crisi e la crescente disoccupazione é stata l’apertura ai capitali privati. Seppur le contraddizioni non sono esplose in maniera chiara come nel Bengala Occidentale, e dunque il LDF non si é dovuto macchiare in questo stato di crimini e nefandezze schifose in termini di repressione come avvenuto nello stato roccaforte del CPI(m), ci pare di poter giungere alle stesse conclusioni sulle politiche dei principali (ma solo per numero di iscritti e sostenitori!) partiti comunisti indiani.
E alle stesse conclusioni si giunge analizzando le posizioni del Left Front al livello nazionale. Negli ultimi mesi il lavoro della coalizione si é concentrato nella creazione di un fronte di opposizione popolare alle politiche neo-liberiste del governo centrale che hanno generato questo folle aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. C’é stata una discreta risposta popolare: durante le periodiche mobilitazioni chiamate dalla coalizione, é sceso in piazza un numero di persone che va dal centinaio di migliaia fino a sfiorare il milione. Fra le varie rivendicazioni del movimento: la lotta alla disoccupazione, l’introduzione di una sorta di salario minimo garantito per la popolazione urbana (per la popolazione rurale durante il precedente governo INC é stato introdotto un qualcosa di simile che va sotto il nome di NREGA, National Rural Employment Gurantee Act), una politica economica che fermi l’inflazione dei beni alimentari di prima necessità e soprattutto lo stop alle violenze maoiste. Ciononostante, la prospettiva di un mondo nuovo privo di oppressione e sfruttamento sia completamente assente dalla propaganda del CPI(m) e vari; é proprio questa assenza che smaschera la completa internità della coalizione al sistema capitalistico indiano. Interna a tal punto da richiedere l’intervento del braccio armato del padronato contro le offensive maoiste.
GUERRA DI GUERRIGLIA
Repressione della peggior specie é, appunto, pane quotidiano per quello che rappresenta l’unico gruppo impegnato in un’insorgenza armata nella nazione: i Maoisti. Senz’altro la comprensione dei limiti e prospettive di questo movimento rappresenta una delle tematiche più interessanti per i compagni. Cercheremo dunque in questa sede di abbozzare un analisi, sviluppando per quanto possibile la complessità che il Naxalbari Movement rappresenta. É impossibile parlare di maoismo in India senza collegarlo con la brutale e quotidiana repressione da parte delle forze dell’ordine. Dunque lo sviluppo delle prospettive di insurrezione armata in India ci permetterà di capire anche il livello di repressione da parte dei vari poteri locali a braccetto con il potere centrale (abbiamo visto che da questo punto di vista anche i cosiddetti “stati comunisti” non fanno eccezione).
Abbiamo già accennato a qualche dato storico sulla nascita del movimento che prende vita nel 1967 con la ribellione nel villaggio di Naxalbari nel Bengala Occidentale. Proprio l’atteggiamento rispetto a questo avvenimento causò una delle molteplici scissioni del fronte comunista. In particolare questa fu la volta della separazione tra CPI(m) e CPI(ml). Il CPI(ml) si é poi frammentato in decine di ulteriori gruppi negli anni successivi. La formazione del CPI(maoist) é avvenuta solo recentemente, per la precisione nel 2004, quando due dei molteplici gruppi generati dalla creazione del CPI(ml), hanno deciso di riunire le forze per guidare l’insurrezione armata. Quando si parla di maoisti ci si riferisce in generale a quella parte del Naxalbari Movement rimasta fedele alla linea della lotta armata. Vari slittamenti semantici hanno fatto si che si utilizzassero i termini Maoisti e Naxaliti come sinonimi gli uni degli altri, noi faremo lo stesso.
Il movimento maoista ha vissuto in questi cinquant’anni momenti enormemente complicati in cui lo stato indiano sembrava avesse avuto la meglio sull’insurrezione armata. Nonostante ciò i Naxaliti sono sempre riusciti a resistere alla disarticolazione e attualmente hanno raggiunto un livello di organizzazione e forza senza precedenti. Abbiamo detto che il movimento si é originato nel nord ovest del Bengala Occidentale. Per un periodo i maoisti sono riusciti ad estendere la propria influenza anche nella parte Nord dell’Andra Pradesh (AP), che ha rappresentato per anni la loro roccaforte. Fu proprio nell’Andra Pradesh che il movimento ha visto la repressione più brutale che ne ha praticamente decimato la presenza. A tal punto che oggi é difficile annoverare l’AP tra gli stati di influenza maoista, nonostante si sia parlato di un rinascita del movimento maoista sulla scia dei violentissimi scontri che hanno caratterizzato il secondo Telangana movement, scoppiato non più di qualche mese fa dopo l’annuncio del governo centrale della possibile separazione della regione del Telangana, a maggioranza Telagu, dal restante Andra Pradesh. L’attuale movimento maoista si concentra prevalentemente nella zona centrale dell’India centrale: parti non irrilevanti degli stati del Chhattisgarh, Jharkhand, Orissa, Bihar e Bengala Occidentale sono oggi controllati dai ribelli.
Le ragioni del fortissimo supporto popolare che indubbiamente i maoisti riscuotono in queste regioni ha due matrici distinte tra loro. In primo luogo tutte queste regioni, seppur sono tra le meno industrializzate dell’India, hanno la caratteristica di essere estremamente ricche di minerali e metalli, nonché di uranio. L’intera area é assolutamente selvaggia e presenta fitte foreste, ideale infatti per azioni di guerriglia. Proprio l’inaccessibilità di queste risorse ha permesso alle milioni di persone che abitano l’area di sfuggire alla schiavitù, per anni. In tempi recenti la situazione é, però, fortemente cambiata data l’apertura alle multinazionali straniere e la forza sviluppata dalla stessa borghesia nazionale (vedi TATA), ormai in grado di accedere alle ricchissime risorse della zona. Inutile dire che la bramosia di profitto delle multinazionali ha trovato porte spalancate negli ultimi due governi UPA che hanno iniziato operazioni di rastrellamento della zona per accontentare le aspirazioni padronali. Non c’é da sorprendersi che il ministro degli interni indiano sia stato per anni nella direzione della Vedanta, una multinazionale dell’alluminio, desiderosa di poter mettere le proprie mani grondanti di sangue sulle risorse dell’Orissa e Chhatisgarh. Il popolo Adivasi, ovvero la parte tribale della popolazione di quelle zone, ha però una storia di ribellioni e resistenza. Questo, associato al fatto che i maoisti, sotto nomi e frazioni di vario genere, hanno lavorato per decadi in quelle zone per la creazione di una coscienza di classe e sviluppo di lotte organizzate, ha generato fin da subito una fortissima risposta popolare ai tentativi di rapina orchestrati dalle forze dell’ordine. I ribelli Naxaliti sono l’unica forza politica indiana che dia un sopporto reale alla resistenza del popolo Adivasi, non c’é da sorprendersi che godano dunque di un supporto genuinamente popolare estremamente forte e radicato.
La resistenza alla sicura schiavitù conseguente alla cosiddetta industrializzazione, é la prima, seppur di gran lunga principale, delle due ragioni. La seconda deriva dalle condizioni altamente arretrate, in particolare dal punto di vista sociale, in cui é costretta l’intera area. Nello specifico l’organizzazione dei villaggi é marcatamente maschilista e moltissimi sono gli episodi di estrema discriminazione. Numerose sono state anche le battaglie condotte dai ribelli in favore del superamento di divisione di sesso e caste nell’india tribale. E molte sono state le donne che hanno abbandonato la propria realtà di oppressione e abbracciato la guerriglia. Il numero di donne coinvolte nell’insurrezione maoista é infatti sorprendente alta, e tocca quasi il 50 % del totale dei militanti.
Nonostante il movimento maoista sia genuinamente rivoluzionario é necessario interrogarsi sulle reali possibilità di riuscita dell’insurrezione armata per la conquista finale del potere ed il conseguente rovesciamento del governo capitalista indiano. Su questo punto il movimento pare essere abbastanza arretrato. Un modello rivoluzionario maoista, e in particolare quello attuato dai ribelli Naxaliti, vede nell’insurrezione delle masse contadine e delle zone rurali in generale, il perno su cui articolare la conquista del potere. La condizione dell’India nel 2010 é però molto diversa da quella della Cina degli anni ‘40 e ‘50. Più precisamente l’area tribale del centro dell’India é quella che più si avvicina alle condizioni in cui versava la Cina ai tempi di Mao, con una tessuto industriale praticamente inesistente, enorme povertà diffusa e ampie sacche che sfuggono completamente al controllo dello stato centrale. Non é però così in altre parti dell’India. Non annoverare l’India tra i paesi a pieno sviluppo capitalistico sarebbe un errore d’analisi enorme vista la forza della borghesia nazionale che si é sviluppata in particolare negli ultimi anni. Come sempre l’India é anche il paese dei contrasti tra i più stridenti. Nonostante il 70 % della popolazione viva in zone rurali di agricoltura e spesso organizzata in strutture feudali, la condizioni nelle grandi metropoli del paese é radicalmente distinta. Enormi masse di schiavi salariati affollano baraccopoli assolutamente fatiscenti, vittime dello sviluppo di un sistema di produzione capitalistico con tanto di apparato di repressione a tenere sotto controllo i centri di potere. Se nelle campagne si vive uno stato di quasi anarchia con intere aree in cui lo stato indiano é completamente inesistente, nella metropolitana di Delhi telecamere, metal detector e militari armati di mitra fanno parte dell’arredamento di ogni stazione.
Il movimento maoista é praticamente inesistente nei contesti metropolitani. Così come inesistente é lo sforzo dei maoisti per organizzare gli operai e i lavoratori coinvolti nel tessuto industriale. Non si vuole sottovalutare il ruolo cruciale della popolazione rurale in un India prevalentemente contadina, ma a noi appare chiaro che in un paese capitalistico le catene dello sfruttamento padronale possono essere spezzate solo con una piena coscienza operaia. Questo non pare essere il modello rivoluzionario seguito dai ribelli Naxaliti. Una fetta dei partiti comunisti di stampo leninista, come il CPI(ml) e CGPI, e che lavorano quotidianamente per l’organizzazione delle lotte operaie, hanno scelto, però, strade molto diverse rispetto al CPI(m) e Left Front nel relazionarsi con i maoisti. Aperte critiche sono state portate avanti da parte di queste forze Marxiste-Leniniste alla linea rivoluzionaria maoista, ma in un contesto assolutamente interno riconoscendo la comunità di intenti nel combattere un nemico comune rappresentato dal potere borghese.
Va anche detto che fino a questo punto il governo centrale ha mobilitato solo una minima parte della propria capacità militare. Questo non vuol dire che i maoisti non siano stati vittime di una repressione feroce e barbarica, ma semplicemente che le forze di polizia che fronteggiano i ribelli Naxaliti nelle foreste sono armate in maniera disastrosa, e spesso mancano addirittura di beni di prima necessità come cibo e vestiario appropriato. Non é chiaro come interpretare quest’atteggiamento dello stato indiano, ma c’è anche chi sostiene che i maoisti possano in qualche maniera risultare funzionali allo stato centrale a cui é così servita sul piatto d’argento una legittimazione per la perpetuazione delle barbariche violenze, anche nelle aree fuori dal controllo maoista, finalizzate a poter finalmente mettere le mani sulle enormi risorse naturali delle foreste dell’India centrale.
Repressione dicevamo. L’atteggiamento delle forze di polizia nell’intera area tribale ricorda atteggiamenti medievali più che di repressione sistematica. Non si contano gli episodi in cui la polizia ha incendiato interi villaggi, stuprato donne ed effettuato uccisioni sommarie di cui ovviamente la propaganda borghese non parla affatto. Va da sé che l’atteggiamento dei giornali e delle televisioni cambia radicalmente nel dipingere, invece, gli attentati terroristici dei sanguinari maoisti contro le eroiche forze di polizia. Dopo la riorganizzazione del movimento maoista nel 2000 con la formazione del People Liberation Guerrilla Army (PLGA) le operazioni anti-ribelli, che già non andavano poi tanto per il sottile, si sono decisamente intensificate. La prima grande operazione per sradicare la resistenza Adivasi é iniziata nel giugno del 2005 con l’indizione da parte del governo del Chhattisgarh, supportato dal governo centrale guidato dall’INC, della Salwa Judim (letteralmente Caccia di Purificazione) in cui la polizia locale avrebbe dovuto costituire dei campi di accoglienza sorvegliati e controllati, dove far confluire la popolazione rurale per poterla controllare e addestrare a combattere i ribelli. Queste speciali forze di polizia tribali erano appunto chiamate “Special Police Officers” SPO. Chiaramente le metodologie per convincere la gente ad abbandonare le proprie case sono state delle più democratiche. Il primo ministro del Chhattisgarh dichiarò che chiunque non avesse lasciato i propri villaggi sarebbe stato considerato un maoista e trattato conseguentemente.
Il primo villaggio fu bruciato solo qualche giorno dopo l’inizio dell’operazione. Ad esso seguirono una serie di violenze tanto numerose che è impossibile anche pensare di riportarle tutte. Sfortunatamente il risultato di quest’operazione di repressione massiccia non fu quello sperato. Le file maoiste si espansero enormemente in questo periodo, facendo perno su un’enorme parte della popolazione tribale che a causa delle violenze della polizia era stata privata di tutto, oltre ad aver maturato un senso di rabbia e voglia di giustizia. Ne conseguì un aumento nella capacità militare del movimento che presto passò alla controffensiva iniziando azioni di guerriglia contro la polizia regolare e gli SPO. La Salwa Judim é stata recentemente dichiarata conclusa con un totale fallimento.
Un paio di dati sono interessanti per poter capire quanto l’interesse delle multinazionali sia centrale nella zona. La Salwa Judim é stata indetta giusto il giorno dopo il raggiungimento di un accordo che si aggira attorno al miliardo di euro tra la TATA e il governo BJP dello stato del Chhatisgarh, per la costruzione di una fabbrica di acciaio nella regione. Nonché da vari report pare che la stessa TATA e la Essar Steel, un’altra compagnia nel campo dell’acciaio, siano stati tra i maggiori finanziatori dell’operazione.
Dopo il fallimento della Salwa Judim lo stato indiano, visti soprattutto gli interessi coinvolti nell’area, ha rilanciato dando inizio all’operazione Green Hunt. In quest’operazione, la cui esistenza é stata ripetutamente negata dal ministro dell’interno Chidambaran, sono state mobilitate non solo le forze di polizia locali ma anche quelle federali, ovvero del Central Reserve Padra Force (CRPF). Ed é proprio un battaglione delle CRPF che é stato letteralmente decimato il 6 aprile scorso in quella che rappresenta la più grande operazione della storia degli oltre cinquant’anni di insurrezione maoista in India: nel sud del Chhattisgarh, precisamente nelle foreste del Dantewada, 120 agenti delle (CRPF) sono caduti in un imboscata orchestrata dai ribelli Naxaliti. Di questi solo 44 sono riusciti a sopravvivere. Quest’evento dimostra chiaramente quanto il movimento maoista sia più forte che mai. Ci sarà da vedere i connotati che la repressione assumerà nei mesi a seguire e se i ribelli Naxaliti sapranno, come fino ad ora hanno sempre fatto, incrementare il proprio supporto popolare anche da quest’ennesima ondata repressiva.
10/5/2010
Sono il ferro, è mio questo maggio (V. Majakovskij)
“Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto,
maturato in una zona fortunatamente ristretta
le cui condizioni sono assolutamente singolari”
Mario Scelba, Ministro dell’Interno
9 maggio 1947
A Portella della Ginestra il primo maggio 1947 la manifestazione viene interrotta da una raffica di spari contro la folla che causa 11 morti e circa 65 feriti. L’operazione è svolta sotto la guida materiale del bandito Giuliano, ma si tratta sin da subito di un agguato di matrice fascista, di una vendetta dello Stato, attraverso la sua violenta manovalanza, di schiacciare l’ascesa della sinistra nei paesi siciliani.
A distanza di anni, la provocazione fascista è rimasta lo strumento per far aumentare la tensione e gestire le lotte. E si intensifica proprio nei giorni tra il 25 aprile ed il primo maggio, attraverso segnali che sembrano slegati tra loro e uscite pubbliche organizzate. Com’è accaduto appunto nella scelta di convocare “una settimana nera” a Milano in onore al fascista Sergio Ramelli e nella chiamata per un corteo nazista nel cuore di Berlino.
In entrambi i casi però la risposta degli antifascisti non si è fatta attendere.
A Milano la scelta dei fascisti di utilizzare la morte di Ramelli per ritornare in piazza proprio nella settimana tra il 25 aprile ed il primo maggio, ha reso ancora più partecipati i cortei antifascisti che si sono susseguiti negli stessi giorni per le strade della città. Risultato finale: un torneo di calcetto e un corteo di circa 200 militanti per i fascisti, adeguatamente protetto dalle forze dell’ordine e diversi cortei antifascisti, che hanno raggiunto il cuore della città aumentando nel numero lungo il percorso.
Anche a Berlino è stata immediata la risposta degli antifascisti. Il corteo dei nazi che doveva sfilare a Pankow, nella parte nord-est della città, è stato interrotto da un primo blocco da alcune decine di antifascisti, poi successivamente da altre barricate innalzate lungo il percorso che hanno costretto lo scioglimento del corteo.
Appaiono poi degne di nota alcune provocazioni durante i cortei da parte di polizia e fascisti. A Torino, ad esempio, la polizia ha cercato inutilmente di impedire il passaggio ad uno spezzone del corteo e ha poi arrestato un compagno accusandolo di aver ferito un poliziotto, stamattina è previsto il processo per direttissima. A Milano un militante di CasaPound all’altezza di Porta Genova ha pensato bene di provocare il corteo ed è stato ricacciato via dai manifestanti. Un’altra provocazione durante il primo dei due cortei che si sono svolti a Napoli, dove lungo il percorso, alcuni fascisti ai margini del corteo hanno dato vita ad una provocazione con saluti romani e minacce, anche in questo caso sono stati allontanati dai manifestanti.
Mentre però rintracciamo una risposta al fascismo sempre più immediata, appare evidente in Italia quanto il primo maggio sia sempre più lontano dall’essere realmente la giornata dei lavoratori. Questo almeno dal punto di vista di continuità di un lavoro e di percorsi che si portano avanti nel corso degli anni. Ovviamente sempre nell’intenzione di considerare le lotte dei lavoratori e non i cappelli istituzionali di varia specie che si puntano ad inserire in questi casi. Appare lampante come, nonostante la grave crisi che imperversa nel Paese, sia sempre meno duratura la lotta autorganizzata dei lavoratori.
Ne sono un chiaro esempio i cortei di Rosarno e Pomigliano, dove un tempo ancora non troppo lontano le lotte rivendicative dei lavoratori, immigrati e non rispettivamente, segnavano il tempo per un riscatto reale contro i “sacrifici” imposti dal Capitale. Oggi, diventano la piazza per il solito teatrino dei sindacati confederali, che, nella promessa di un nebuloso miglioramento, segnano la fine alle spinte rivoluzionarie, a volte, come nel caso del corteo Fiat a Pomigliano, con uno spostamento quanto mai significativo a destra, reso noto dalla presenza dell’UGL (sindacato della Polverini) tra i promotori del corteo.
Detto questo, però è anche opportuno sottolineare lo sforzo di molti compagni di cercare, anche approfittando di questa data, di intercettare quei lavoratori precari difficilmente raggiungibili, vuoi per l’esiguità del proprio contesto lavorativo, vuoi per la fluidità che caratterizza il passaggio da un lavoro ad un altro, impedendo un sedimentarsi di ragionamento, rivendicazoni, coscienza.
Passando, invece, in rassegna ciò che è accaduto nell altre nazioni, la situazione appare assai differente.
A Mosca sono state lanciate bottiglie incendiarie contro una caserma di polizia mentre a Minsk sono stati colpite banche della Bielorussia e alcuni altri centri dell’Economia (guarda i video).
Scontri anche in Turchia, dove il primo maggio è da quest’anno nuovamente festivo. Si registrano decine di feriti sia tra le forze dell’ordine che tra i manifestanti. I lavoratori turchi si sono ripresi Piazza Taksim, la stessa piazza dove 33 anni fa, nel 1977, 36 manifestanti di sinistra vennero uccisi, durante una manifestazione, da gruppi dell’estrema destra locale. Per la prima volta il governo turco ha autorizzato le manifestazioni per il primo di maggio a gruppi politici, ovviamente selezionati da Erdogan; anche se apparentemente può sembrare un segnale distensivo verso i lavoratori, in realtà la Turchia, in pieno processo di europeizzazione, ha tentato di assopire la rabbia degli operai, facendo più e più volte appello ad isolare i violenti con il ricatto della revoca della autorizzazione a sfilare in corteo. La realtà dimostra invece che tutti questi appelli sono tanto stupidi quanto inutili visto che alla quotidiana miseria e repressione la risposta non può che essere la rabbia della classe.
In Bolivia, invece, i cortei a La Paz sono stati colpiti da dure cariche delle forze dell’ordine dopo il tentativo di assalto delle sedi del Ministero del Lavoro.
In Grecia le notizie di un piano di tagli imposto dal Governo, in concerto con l’UE e l’FMI, ha reso i festeggiamenti del primo maggio ben più caldi. Gli scontri si sono sviluppati lungo tutto il Paese ed in particolare a Salonicco e ad Atene dove il corteo si è fermato davanti al Ministero dell’Economia, lì sono partite le cariche da parte della Polizia. Altri cortei sono partiti poi spontanei lungo tutta la notte del primo maggio, attendiamo gli aggiornamenti in vista dello sciopero generale indetto per mercoledì 5 maggio.
Interessante notare come i nostri telegiornali abbiano seguito la notizia di quanto avveniva in Grecia. E’ evidente il tentativo di far passare i manifestanti per una sparuta e violenta minoranza, mettendo in risalto lo stridente contrasto con la parte sana del paese, fiduciosa nella ripresa e disposta ai sacrifici per salvare la nazione dalla crisi; è indispensabile, per i media borghesi, insistere sulla fiducia nelle istituzioni, che a dire il vero, ci pare tramontata da tempo. Si tratta evidentemente di un messaggio ai naviganti nostrani. La crisi è lontana dall’essere superata e i mesi a venire rischiano di essere davvero difficili dal punto di vista del controllo sociale.
Vogliamo concludere con una piccola nota felice: ancora una volta, il popolo cubano ha dimostrato di stare dalla parte della rivoluzione; in un paese strangolato dall’embargo e dalle sanzioni economiche, milioni di cubani sono scesi in strada, in occasione della giornata internazionale dei lavoratori. Nel frattempo, però, già attendiamo con ansia gli articoli spazzatura che ci raccontano della popolazione cubana costretta a sfilare e a sorridere dalle autorità.
Noi intanto vi reindirizziamo a qualche fotografia della giornata cubana che senz’altro dimostra la tremenda repressione del regime…
3/5/2010
Note sulla Resistenza in luogo di Editoriale
Per questa volta abbiamo ritenuto doveroso fare uno strappo alla regola.
In realtà ne abbiamo fatti due.
Il primo sta nell’aver deciso di buttare giù due differenti editoriali, uno in italiano e uno da tradurre nelle varie lingue. Benché questa scelta sia inconciliabile con il progetto che stiamo cercando di creare, la riteniamo la sola in grado di poter dare un senso a ciò che proponiamo questa settimana.
Non potevamo, infatti, pensare di dedicare l’editoriale a nulla se non al 25 aprile. E’ ovvio, però, che i nostri lettori italiani abbiano una conoscenza dell’argomento largamente superiore a quello di chi vive in altri paesi. Scrivere un editoriale comprensibile a tutti ci avrebbe costretto a narrare eventi e fare considerazioni piuttosto conosciute ai compagni italiani, ai quali non avremmo offerto nulla in termini di spunti di riflessione e ragionamento. Ecco dunque la ragione di editoriali differenti.
Il secondo strappo alla regola sta nel giorno della pubblicazione: il mercoledì. Siamo in effetti in ritardo di ben due giorni rispetto al consueto lunedì in cui esce l’Editoriale, ma non è un caso. Quando si dovette decidere la data in cui fissare il giorno di festa nazionale in relazione alla sconfitta dal nazifascismo si optò per il 25 aprile, data che rappresentava un’interpretazione assai meno conflittuale del pur proposto 28 aprile. Il giorno dell’esposizione di Mussolini in quello stesso Piazzale Loreto in cui i erano stati impiccati alcuni partigiani rappresenta la data attorno a cui noi vogliamo stringerci.
Venendo più nel dettaglio, il nostro ragionamento per questa settimana si è basato sulla volontà di dare spazio a tre aspetti della resistenza che, ci sembra, meritino particolare attenzione e riflessione nel movimento, in questa fase. Non pretendiamo di scrivere nulla di stupefacente, né di straordinario, anche per la giovane età del nostro collettivo redazionale che non può certo basarsi su discussioni pregresse e stabili.
Abbiamo deciso di porre al centro del nostro dibattito tre aspetti. Il primo è quello della interpretazione della Resistenza come sola “Guerra di Liberazione” dall’invasore straniero, inconciliabile, a nostro avviso con la realtà degli avvenimenti. Il secondo punto riguarda gli scioperi del marzo che prendiamo ad esempio per cercare di tracciare un quadro della situazione operaia, lontana dalle celebrazioni liturgiche posteriori. Il terzo ed ultimo punto riguarda le violenze posteriori alla guerra, le cosiddette “vendette personali”. Questo, naturalmente, all’interno di un discorso complessivo, su cui crediamo non sia necessario soffermarci, di una continuità della classe dominante attraverso il fascismo.
La nostra interpretazione coglie, dunque, come aspetto principale, la volontà della classe padronale di utilizzare Mussolini, il quale si candidava apertamente come garante dei loro interessi.
Possiamo brevemente ricordare come inizialmente il partito fascista cercherà in ogni modo di infiltrarsi all’interno del movimento operaio nel biennio rosso (fallendo), inserendo nel proprio programma una serie di parole d’ordine evidentemente populiste. Ma, se nell’aprile del 1920 il giornale di Mussolini, Il Popolo d’Italia ancora prendeva posizione contro la “plutocrazia”, già nel gennaio dell’anno seguente poteva gettare la maschera e scrivere che “La società capitalista ha realizzato quel tanto di socialismo che le poteva giovare […] Il capitalismo non è soltanto un apparato di sfruttamento, come opina l’imbecillità pussista: è una gerarchia; non è soltanto una rapace accumulazione di ricchezza: è una elaborazione di valori fattasi attraverso secoli. Valori, oggi, insostituibili”. Nel dicembre del 1921 il Popolo d’Italia pubblica il primo programma del PNF, fra gli obiettivi immediati si legge “La restituzione all’industria privata delle aziende industriali, alla cui gestione lo stato si è dimostrato inadatto, specialmente per i telefoni e le ferrovie. La rinuncia al monopolio delle poste e dei telegrafi, in modo che l’iniziativa privata possa integrare ed eventualmente sostituire il servizio di Stato”. Successivamente si passerà alla eliminazione della commissione che indagava sui sovraprofitti di guerra.
Ettore Conti, presidente della Confindustria annoterà nel suo Diario che “un uomo di tale natura, che difende i frutti della vittoria, contrario alle leghe dei contadini che insidiano e minacciano i proprietari nelle persone, nelle prosperità, nei raccolti, avverso in genere a coloro che vogliono instaurare il predominio della falce e martello […] è fatto per non dispiacere la Confederazione industriale.” I finanziamenti che i grandi industriali e gli agrari rilasceranno, compiacenti, a Mussolini non sono accertabili con esattezza, ciononostante ci si rende chiaramente conto di quali mezzi vennero messi a disposizione del partito fascista dal padronato. Nel giugno del 1922 la Confindustria invitò tutte le organizzazioni dipendenti a dare la propria adesione e il proprio sostegno al manifesto della “Alleanza economica parlamentare”, il cui presidente era Gino Olivetti, segretario generale proprio di Confindustria. Il significato di questa Allenza sta nei nomi dei suoi firmatari: Benni, Donegani, Banelli, Olivetti, Mazzini (rappresentanti della grande industria), Fontana, Marescalchi, Mariotti (rappresentante della grande proprietà terriera) e infine, De Stefani, Ciano, Corgini, Gray, Tofani (rappresentanti del partito fascista). L’appoggio della borghesia al programma dell’Alleanza sarà incondizionato; non è un caso infatti che, oltre alla confindustria, scenderanno in campo personaggi del calibro di Pirelli e Agnelli per sostenere economicamente Mussolini1
Ci piacerebbe a questo punto ricordare le complesse dinamiche controrivoluzionarie e terroristiche che padroni, fascisti e militari mettono in piedi già nei primissimi mesi del dopoguerra. Esigenze di tempo e di spazio ce lo impediscono, ma speriamo sia chiaro ormai ciò che volevamo lasciar trasparire da questa introduzione. Il fascismo è la faccia più feroce e impaurita della classe padronale e che, storicamente, le camicie nere sono utilizzate nelle fasi di crisi come quella che attraversiamo oggi.
Il dominio della classe padronale si è dunque preservata ed è uscita indenne dalla guerra arrivando fino a noi. Continuità attraverso il fascismo, dunque, dicevamo in precedenza. Sta a noi sviluppare la continuità, con la Resistenza
Non abbiamo, lo ripetiamo, la presunzione di offrire interpretazioni innovative o straordinarie, soltanto di provare a contribuire al lavoro di recupero della memoria storica in cui tanti compagni sono impegnati.
A tal proposito, prima di lasciarvi alla lettura, vorremmo sottolineare la gravità di un articolo apparso sul Corsera di qualche giorno fa, in cui si separavano dettagliatamente gli storici attendibili da quelli faziosi, sulla “questione foibe”. Ebbene, studiosi del calibro di A. Kersevan e G. Aragno (per citarne solo un paio), venivano definiti “negazionisti” della tragedia delle foibe e, praticamente, messi all’indice dei libri “proibiti” dei nostri giorni. A loro va tutta la nostra stima, il nostro rispetto e la nostra solidarietà
UNO SGUARDO ALLA RESISTENZA
Alla base del processo resistenziale, analizzato per come nasce e per come si sviluppa, è necessario porre alcuni elementi che non possono essere elusi. Anzitutto l’importanza fondamentale della guerra e della disfatta del regio esercito che imporranno un ripensamento dei valori imposti dal regime (razza, ruolo dell’Italia nel mondo e concetto stesso di patria). In secondo luogo l’importanza che avranno due momenti ravvicinati e complementari: 25 luglio e l’8 settembre, estremi dei cosiddetti 45 giorni badogliani. In questa fase è possibile cominciare a intravedere nell’atteggiamento dei partiti antifascisti (del Partito comunista ed in modo più marcato nei piccoli partiti alla sua sinistra) gli elementi di classe e di estraneità a qualsiasi scelta regia. La condanna di classe ai complici del fascismo e della guerra era nitida e non scalfita neanche dopo la dichiarazione di guerra alla Germania. Era convinzione diffusa, infatti, che la guerra l’avessero dichiarata i “nostri montanari” e gli operi di Torino già dal 9 settembre in quanto essi erano gli unici che in grado di combatterla. Il PCI per spiegare la differenza tra guerra giusta e ingiusta ricorse alla Storia del Partito Comunista bolscevico caratterizzando la guerra che ci apprestava ad organizzare contro i nazisti come una guerra dal valore immenso e che pertanto escludeva la possibilità di essere condotta dal governo del sud “Come può questo governo che ha temuto il popolo condurre una guerra di popolo?”. Questo atteggiamento, che poneva al centro lo scontro di classe, nei vertici dei partiti verrà a modificarsi alla luce della svolta di Salerno dell’aprile ’44. L’elemento aconflittuale prenderà il sopravvento.
E’ opportuno ricordare, per quanto in modo superficiale, che la svolta di Salerno rappresenterà l’angolatura dalla quale la Resistenza sarà poi interpretata in tutto il dopoguerra dalla storiografia legata al Pci. L’elemento fondamentale e centrale sarà dunque la guerra di Liberazione dall’invasore tedesco. Ovviamente un’interpretazione siffatta dell’esperienza resistenziale pone alcune questioni. Anzitutto il Pci si rifiuterà di parlare di guerra civile e di scontro di classe. L’elemento della guerra di classe, che ovviamente porta in sé la declinazione della guerra come guerra civile tra “politici in armi”, viene respinta categoricamente. Nel suo accanimento nell’accreditarsi come affidabile partito di governo il Pci si preoccupò di cancellare qualsiasi interpretazione che potesse lasciar subodorare un qualsivoglia spirito rivoluzionario. All’interno di questo processo di revisione sistematica della storia (e, per quanto possibile, della memoria dei suoi militanti), fu premura del Partito riportare nel più rassicurante alveo della Liberazione dal nemico tedesco, qualsiasi interpretazione di classe della Resistenza. In questo rientrò anche il concetto della guerra civile, che il Partito comunista considerò, strumentalmente s’intende, propria dei neofascisti perché poneva, così si diceva, sullo stesso piano i partigiani e i repubblichini appiattendoli in un giudizio onnicomprensivo. I neofascisti, dal canto loro, gioveranno della disponibilità di tale categoria, bandita dalla storiografia di sinistra, manipolandola nel senso suesposto.
La questione del legame tra Rivoluzione e Guerra civile è da ascrivere tra le ragioni che vedono negare l’esistenza di una guerra civile. La guerra civile è infatti lo sbocco quasi naturale di un processo rivoluzionario e, poiché la Resistenza italiana non è stata rivendicata da nessuno come Rivoluzione, il suo nesso con la guerra civile si è sviluppato solo come uno scampato pericolo. Si consideri, infatti, che il Partito comunista ha più volte rivendicato a sé il merito di aver risparmiato all’Italia la “prospettiva greca”. “Perfino una rivoluzione sconfitta può rivendicare di essere stata protagonista di una guerra civile quando non intenda nascondere il proprio carattere rivoluzionario. La guerra civile in Francia di Marx ne è una prova.” (Claudio Pavone, Una guerra civile). La guerra civile spagnola ne è un’altra.
L’elemento di classe però rimarrà intatto nelle coscienze di migliaia di militanti, combattenti ed operai vittime della doppiezza con cui il Partito comunista mescolerà sapientemente strategia e retorica, continuandosi a garantire la fiducia della classe ad esso legata. Moltissimi militanti del partito, e non solo quelli di base, confusero, infatti, una scelta strategica pacificatoria e di certo non rivoluzionaria, con una scelta tattica, rimanendo così in attesa del fatidico momento X.
E’ logico che in un’intelaiatura del genere non possono trovare spazio gli elementi significativi e contraddittori che caratterizzano lo scontro di classe durante la guerra (anche se non si possono dimenticare le lotte operaie durante il ventennio come bagaglio di esperienza e di continuità antifascista). Dal lato delle fabbriche ci premureremo di approfondire il discorso che riguarda l’atteggiamento degli operai verso le commissioni di fabbrica fasciste, l’atteggiamento di fronte alle misure repressive più spietate della Gestapo nelle fabbriche, nonché l’organizzazione delle cellule clandestine dei reparti e, naturalmente delle aspettative di una classe operaia a cui il proprio partito invitava sempre più a differenziare il capitalista dal capitalista collaborazionista, ossia il capitalista buono da quello cattivo. Dal versante dei partigiani, di montagna e città, è ovvia la necessità di cogliere i processi di militarizzazione e politicizzazione delle bande, l’individuazione del fascista come reale nemico e del nazista come suo sostenitore. Infatti, la posizione secondo cui senza i tedeschi il governo dell’Rsi non sarebbe mai sorto, per quanto probabilmente vera, veniva ribaltata evidenziando come senza i fascisti i tedeschi non sarebbero mai riusciti ad imporre un proprio governo di occupazione in grado di godere neanche dello già scarsissimo appoggio che i fascisti riuscivano ad ottenere facendo leva sul sentimento di confusione e spaesamento della popolazione. Spaesamento dovuto al vuoto istituzionale causato dall’8 settembre. L’elemento di individuazione, nelle fabbriche e sui campi di battaglia, di padroni e fascisti come i nemici principali evidenzia come la questione del potere fosse all’ordine del giorno nei sogni e nelle speranze della stragrande maggioranza dei combattenti, ma non nel Pci.
CLASSE OPERAIA E SCIOPERI
Come detto, nell’impossibilità di ricordare le molteplici esperienze della classe operaia, abbiamo ritenuto opportuno soffermarci sull’esperienza del marzo ‘43. Questo senza nulla togliere a rilevanti momenti di protagonismo e autonomia operaia in grado sia, come nel Nord, di difendere apparati produttivi armi in pugno, sia, come gli operai della Italsider di Bagnoli di superare le resistenze del Foreign Economic Administration, ricostruendo da soli, senza nessun aiuto, alcuni reparti della fabbrica che i tedeschi avevano provveduto a smontare pezzo per pezzo, prima di lasciare la Campania.
Nella storia d’Italia gli scioperi del marzo ’43 divennero l’elemento simbolo della riscossa operaia. Anche in questo caso, però, occorre cercare di guardare al di là della liturgia celebrativa sotto cui essi sono stati relegati dal Partito comunista. Partito che ha sì il merito di essersi impegnato affinché gli scioperi si sviluppassero e riuscissero, ma ha anche pensato che per questa ragione ne potesse scrivere la storia a proprio uso e consumo.
Per cercare, seppur assai fugacemente, di ripercorrere la storia di quelle lotte, conviene soffermarsi brevemente su di un dirigente comunista di nome Massola che grandissima parte avrà sia nello sviluppare le condizioni entro cui nasceranno gli scioperi, sia, o forse soprattutto, nella costruzione della loro “fisionomia storica”. Massola sarà l’autore di importanti scritti sulle mobilitazioni operaie. Un suo opuscolo su quegli avvenimenti è interessante proprio per il linguaggio adottato che mira a suscitare suspence e dare un carattere quasi epico a ciò che avvenne. Questo scritto avrà una diffusione talmente larga da influenzare la memoria stessa di alcuni dei protagonisti, alcuni dei quali, in successive interviste, si troveranno a raccontare i fatti con parole eccezionalmente somiglianti a quelle adoperate dal dirigente Pci.
Nel racconto di quest’ultimo si vedono operai che quasi “incantati” vanno all’appuntamento con la storia. Il Pci lascia che diventino leggenda, lascia che vengano commemorati ogni dieci anni e, in un caso, anche con un diplomino firmato da Togliatti. Diventare leggenda ha nociuto però alla comprensione degli avvenimenti, impedendone di cogliere la complessità e le articolazioni reali che si celano dietro di essi.
Tanto per cominciare, il Pci nel tanto citato opuscolo cercherà di far passare in secondo piano le ragioni economiche di quelle lotte. Esse vengono sì riconosciute, ma vengono poste in secondo piano rispetto alla volontà della classe operaia italiana di liberare la propria patria dall’invasore. Porre in secondo piano le questioni materiali come il numero di ore, i salari, la possibilità di entrare nei rifugi durante i bombardamenti e un senso di ribellione – per quanto spesso impolitico e in divenire – verso il fascismo, a scapito dell’amore verso la patria, nasconde la verità e finisce per attenuare l’eccezionalità dell’evento e l’intelligenza di chi lo realizzò.
La realtà è assai diversa. Non si videro operai recarsi incontro al proprio destino glorioso consapevoli di star realizzando qualcosa di eccezionale.
Occorre, però, per cercare d’essere il più chiari possibile, fare un passo indietro.
Quando Massola ebbe l’ordine dal Pci di rientrare in Italia clandestinamente e ricostituire una fitta rete di rapporti che il fascismo aveva sistematicamente distrutto, si rese conto che il controllo poliziesco e l’ossessione delle spie rendevano difficilissimo il suo compito2.
Anche all’interno delle fabbriche la diffidenza tra i vecchi antifascisti, con alle spalle repressione e confino, e i giovani, cresciuti durante la dittatura, rendeva complessa l’organizzazione di una presenza stabile del partito nei centri produttivi. Le testimonianze stesse degli operai iscritti ci danno l’idea dell’esiguità della presenza del Partito comunista. Per fare solo un esempio, alla Mirafiori troviamo un numero di aderenti al Pci largamente sotto lo 0,5% degli operai; al settore Aereonautica, dove la presenza comunista dovrebbe essere più consistente, alcuni operai mettono addirittura in dubbio la presenza del partito. Si sottolineano questi aspetti non per spirito di critica nei confronti del Pci (dalla quale non ne guadagneremmo neanche in soddisfazione, data la sua quasi ormai annosa scomparsa) ma per meglio illustrare due fattori centrali. Il primo è la difficoltà di creare unità all’interno delle fabbriche in grado di superare diffidenze generazionali e professionali; non si deve sottovalutare, infatti, la differente composizione del fronte operaio che era diviso in “professionalizzati” e “precari” come donne e giovani, chiamati al lavoro in seguito alle esigenze belliche. Il secondo fattore è quello che più ci interessa in questa esposizione e cioè cercare di tratteggiare il profilo degli operai che caratterizzarono gli scioperi del marzo ’43. Non erano, evidentemente, la parte più politicizzata, il fiore all’occhiello dell’organizzazione comunista nella fabbriche (i quali in realtà, sotto ragionevole suggerimento del partito, cercarono anche di evitare di esporsi eccessivamente), bensì lavoratori, indiscutibilmente comunisti anche se non tesserati al Partito. Operai che possiamo definire comunisti indipendentemente dall’iscrizione un gruppo politico. Non solo, dunque, comunisti senza partito, ma comunisti indipendentemente dal partito.
I FATTI DEL MARZO
La coraggiosa propaganda del Partito comunista, doveva fare i conti, come suddetto, con le diffidenze, le paure e la repressione messa in atto dal regime. I volantini che riescono ad entrare in fabbrica non sono numerosi e non vengono letti avidamente come accadrà in seguito. Alcuni segnali però sono importanti e vengono recepiti. Il comparire di scritte contro il regime come quelli per il pane e la pace sui muri delle fabbriche, dimostra la presenza di un’opposizione, di qualcuno in grado di sfidare gli apparati repressivi della dittatura nonché i padroni. Accanto a quest’opera di silenziosa presenza due fattori modificheranno l’approccio dei lavoratori verso la stampa e la propaganda del Partito: i bombardamenti e i primi scioperi di novembre.
C’è da dire che le condizioni affinché il rincrescimento per le proprie condizioni di vita si tramutasse in odio verso il regime c’erano già tutte. Nel mese di luglio 43 i fascisti stabilirono di far pesare gli operai dei più importanti stabilimenti torinesi. Si sperava così di poter ridurre ulteriormente il tenore di vita. I risultati mostrarono una perdita di peso media che si aggirava tra i 5 e i 14 kg. Operai alti più di un metro e settanta pesavano in media sotto i 55 chili. I lavoratori facevano i conti con i salari bloccati ed i prezzi degli alimenti che crescevano in maniera esponenziale; nel giro di due anni di guerra, la razione-base di pane, carne e grassi di cui potevano disporre gli operai italiani era la più bassa di tutti gli altri paesi. E tutto questo lavorando circa 70 ore settimanali.
Intanto i padroni instaurano nelle fabbriche discipline militari e inumane, impedendo addirittura agli operai dapprima di vedere retribuito il tempo trascorso nei ricoveri durante i bombardamenti e, successivamente, impedirono proprio di potersi mettere in salvo. Così morirono centinaia di operai alla “Villar Perosa” (fabbrica di cuscinetti a sfere) perché in certi reparti non ebbero il tempo di sfondare le porte che Valletta aveva ordinato di chiudere.
Questi due semplici esempi bastano per comprendere il clima di esasperazione che montava. Diversa cosa, sarà trasformare questo malcontento in prospettiva politica.
Per lunghi mesi, infatti, i torinesi avevano cercato di credere alla propaganda di regime alla forza della sua contraerea, alla fiacchezza dello spirito del nemico. Non c’è, in questa fase, particolare propensione operaia ad osteggiare la guerra. Non è radicata ancora in essi l’avversione per il conflitto, se non dal punto di vista personalistico che si traduce nel tentativo di non finire sui campi di battaglia. La necessità di mano d’opera per produzione bellica vedrà le grandi fabbriche costrette e reintegrare alcuni vecchi antifascisti espulsi per ragioni politiche o costretti ad emigrare; sarà anche grazie ad una parte di questi che il risentimento verso gli effetti della guerra cederà il passo ad una convinta adesione all’avversione verso un conflitto voluto esclusivamente dai padroni.
I bombardamenti del 18 novembre cambieranno molte cose; verrà giù la maschera della propaganda. Nella sola Torino, l’incursione è condotta con 50 velivoli e causa 40 morti e più di 70 feriti. Nel mese successivo le bombe provocheranno 527 morti e oltre 700 feriti in Piemonte. Cercare di mascherare l’entità del dramma è impossibile per il fascismo (che pur sfacciatamente ci prova). Comincia la totale impossibilità di recuperare generi alimentari nelle città. E’ la fame vera. Quasi la metà della popolazione cittadina si rifugia in campagna dove meno frequenti sono le incursioni aeree. Gli spostamenti sono lunghissimi e tremendi; la Stampa del 27 novembre parlerà dei terni come dei “ritardatari abituali” su cui si viaggia male e senza posto (…neanche i treni arrivavano in orario!)
Un odio profondo e non negoziabile si sviluppa verso il fascismo, i primi incerti scioperi del novembre serviranno a tramutare un odio personale in un meccanismo collettivo via via più consapevole.
Nei primi due mesi del ’43 si registrano momenti di lotta in undici grandi fabbriche. La stampa comunista cerca di galvanizzare gli operai enfatizzando un po’ gli avvenimenti. Il partito attraverso la sua propaganda invita diverse volte ad incrociare le braccia. Nelle fabbriche la voce dello sciopera gira ma non si riesce ad organizzare. Moltissimi giovani non hanno neanche idea di cosa voglia dire “scioperare”. Alla Fiat si cerca di organizzarne uno il primo marzo ma fallisce e alcuni operai verranno licenziati. Il Pci parlerà di quest’insuccesso solo negli anni settanta; come se il difficile tentativo di organizzare un momento di lotta debba vergognarsi dei propri insuccessi. Al fallimento dello sciopero concorrono dunque due elementi. In primis la paura. In secondo luogo, ma sicuramente più determinante del primo, è “la cesura nella memoria operaia dopo vent’anni di fascismo. Concretamente: per un’intera generazione le modalità dello sciopero, gli stessi gesti che sono necessari, i comportamenti elementari durante la protesta sono tutti da scoprire. Cosa vuol dire fare sciopero?”
Senza dubbio il più famoso tra tutti è lo sciopero del 5 marzo alla Mirafiori. E lo è per diverse ragioni. Se osservato dal punto di vista dei suoi avvenimenti in esso non vi è nulla di eclatante, benché spesso nei propri racconti gli operai sovrappongano quanto avvenuto il 5 con quanto accadde invece il 12. Nell’officina 18, in cui si concentrava la parte più determinata dello stabilimento, alle 10 le macchine si fermano; ma saranno pochissimi altri reparti a seguirla. Lo sciopero dura meno di mezz’ora.
Per capire l’eccezionalità di questa giornata occorre mettere in risalto una serie di concause. Tanto per cominciare una mera coincidenza cronologica; il 5 marzo è venerdì. Nel fine settimana la Torino operaia si ritrova nelle piazze, nelle osterie nelle trattorie e il “tam tam” si insegue e i fatti si gonfiano di bocca in bocca. A ciò si aggiunga l’importanza anche simbolica che aveva la Mirafiori agli occhi degli altri operai. Essa era stata ideata e costruita fuori della città per rompere i legami di solidarietà tra il quartiere e i lavoratori. Inoltre esso era anche lo stabilimento dove si assemblava una delle auto più famose dell’epoca: la Topolino, vincitrice della Mille miglia categoria 750. E’ praticamente un mito. Quando la voce dello sciopero alla Mirafiori comincia a correre, il pregiudizio tende irrimediabilmente ad ingigantire gli avvenimenti. Alla Mirafiori doveva essere obbligatoriamente successo qualcosa di straordinario.
Il lunedì 8 molte fabbriche chiudono i battenti. I crumiri sono ancora un buon numero, ma cresce intanto il livello dell’esperienza e della coscienza di chi lotta. Il 9 la Polizia è attonita. Gli scioperi si susseguono. Lo smacco principale è lo sciopero alla Lancia, dove attraverso una rete di clientele il fascismo aveva fatto entrare un corposo numero di operai fascisti. Il giorno successivo la direzione obbliga tutti a presentarsi al lavoro in camicia nera per ribadire la propria fedeltà al regime. Assenze e malanni si sprecheranno quel giorno alla Lancia. Dopo una settimana di lotte lo sciopero torna alla Mirafiori da dove era partito. La decisione è quella di superare il timore dei capireparto e delle rappresaglie, scegliendo di incrociare le braccia in mensa dove potevano concentrarsi 5000 persone. Lo sciopero è un successo. Vengono concessi gli aumenti a tutti gli operai anche se il fascismo cercherà di mascherare la vittoria operaia dietro le celebrazioni della fondazione di Roma.
E’ chiaro, comunque, che per quanto concerne gli scioperi del marzo è la lotta a creare la coscienza e la necessaria organizzazione, non viceversa. Aladino Bibolotti al Partito comunista presenterà la seguente relazione sui fatti di marzo: “A dicembre abbiamo avuto la prima ondata di scioperi, scioperi spontanei che sono scoppiati all’insaputa dell’organizzazione, e che l’organizzazione non è pervenuta né a dirigerli, né a chiuderli, né a trarre utili insegnamenti. E’ovvio che in ogni fabbrica c’è chi ha preso l’iniziativa dell’arresto del lavoro, è ovvio che la massa ha avuto dei “capi”, espressi dal suo seno, capi che hanno avuto prestigio ed autorità sia presso le maestranze, sia verso gli industriali. E’certo che questi capi non appartengono ad altre correnti politiche: si può affermare che essi sono, in generale, dei simpatizzanti del nostro movimento, ma purtroppo, noi non avevamo prima e non abbiamo ancora oggi legami organizzativi con essi. Non solo non sono membri del nostro P., ma il nostro P. non è riuscito ancora a stabilire con essi contati seri.”
La risposta che il regime dà agli scioperi è la sola che da sempre dà ai lavoratori; quella repressiva. La propaganda fascista parla di sobillatori bolscevichi, rendendo un enorme favore al Partito comunista, verso cui volgeranno lo sguardo centinaia di migliaia di operai. I rastrellamenti scriteriati portano all’arresto di circa 750 operai. La popolarità del fascismo poteva dirsi tramontata definitivamente.
Intanto il fascismo prova a darsi un volto nuovo al congresso di Verona in cui nasce la nuova repubblica fascista, umana e sociale di Salò. Mussolini attribuisce la colpa di 20 anni di fame e miseria alla plutocrazia e alla monarchia e prospetta una forma altissima di giustizia sociale. A tal proposito mette in scena la farsa della socializzazione e cerca di dar seguito alle commissioni di fabbrica istituite da Badoglio. I risultati delle votazioni per le rappresentanze operaie saranno un mortificante fallimento per la Repubblica Sociale Italiana. In alcune province le astensioni e le schede bianche arriveranno al 100%. In altre fabbriche l’astensionismo si aggirerà intorno al 50%; al 25% si collocheranno quelle con scritte del tenore “Finitela farabutti, Viva l’Italia, Viva Stalin, Viva l’Armata Rossa”.
Vaccari, capo della Federazione fascista degli impiegati e del commercio si vedrà costretto a recapitare al suo duce questo dispaccio che spiega la situazione meglio di mille parole: “Le masse rifiutano di ricevere alcunché da noi. I lavoratori affermano che la socializzazione non si farà, se si farà, essa continuerà a rafforzare i ceti capitalistici e a mantenere in stato di soggezione il lavoro. […] I lavoratori ci considerano, a torto s’intende, sgherri del capitale.”
Ovviamente è importante sottolineare come, seppur in rarissimi casi, alcuni operai non si lasciassero convincere dalla propaganda dei partiti antifascisti sulla necessità di boicottare le elezioni, tanto era radicata in essi l’importanza delle rappresentanze. Le letture di matrice operaista hanno enfatizzato il soggetto operaio sull’argomento. Come dice Claudio Pavone “Non si tratta […] di un uso operaio del sindacato fascista. Questo è un modo di vedere che enfatizza la classe operaia fino a farne un’entità metafisica che sovranamente sceglie ciò che più le aggrada nell’armamentario fascista, democratico o comunista che la storia di volta in volta le presenta, offre un quadro riduttivo della classe stessa, della sua complessità delle sue contraddizioni”.
Oltre allo smacco delle votazioni la classe operaia milanese risponde compatto alla chiamata dello sciopero generale dell’11-18 dicembre, mandando all’aria la proposta di socializzazione. Carri armati tigre, repubblichini e reparti delle SS gireranno per la città, stazioneranno innanzi agli stabilimenti, irromperanno nelle fabbriche più “calde” e rastrelleranno centinaia e centinaia di operai ritenuti i più combattivi. Ma neanche tutto questo riuscirà a piegare quella coscienza di classe che era andata maturando e che darà prova di sé nei mesi e negli anni successivi.
E’ naturale che la riscoperta di una combattività operaia tanto forte modificherà i rapporti in fabbrica anche perché i padroni più spavaldi cercheranno di acquistare, con qualche concessione qua e là, la propria patente di antifascismo da spendersi a guerra conclusa. Ciononostante è significativo chiudere con le parole sfacciate e provocatorie (ma purtroppo evidentemente reali) del cavalier Vilberti che ai propri dipendenti non esitò a dire “qualunque sia la piega della guerra, sotto qualunque clima e bandiera, ricordatevi che io starò sempre meglio di voi”.
LA VIOLENZA POSTERIORE
Chiudiamo questo capitolo con alcune rapide considerazioni sui fenomeni di epurazione e di giustizia “privata” avvenuti a guerra finita. Questi avvenimenti sembrano essere diventati il giusto contraltare affinché stragi nazifasciste e giustizia partigiana possano essere poste sullo stesso piano contribuendo al clima di sdoganamento dell’antifascismo. Si susseguono pubblicazioni sulle violenze partigiane, di scarsissimo valore euristico e destinati ad essere confutati alla luce delle fonti (come avvenuto con Gianpaolo Pansa).
Ma l’idea di scrivere due righe su questa questione non nasce, per quanto ci riguarda, da qualche tentativo di porsi sulla difensiva innanzi agli attacchi revisionisti; al contrario inseriamo questo breve paragrafo all’interno del discorso portato avanti fino ad ora.
E’ interessante, a tal proposito, seguire ciò che dice Mirco Dondi: “la politica della memoria, a lungo perseguita dai partiti antifascisti, ha voluto definire la resistenza soltanto nel suo concetto più semplice ed efficace da trasmettere: la guerra di liberazione dallo straniero, includendo nella categoria degli esterni alla comunità nazionale gli stessi fascisti. In questo modo però si è aperto un buco nero intorno alle morti avvenute dopo la liberazione”3. Ripercorrendo storicamente i fatti di diverse comunità ci si imbatte in tensioni mai sopite, in contrapposizioni impossibili da sanare tra fascisti e resistenti. Questi fenomeni non possono trovare alcuna motivazione o collocazione storica all’interno dell’interpretazione del fenomeno resistenziale come sola guerra di liberazione. La poliformità della resistenza ci restituisce invece il clima di guerra civile che per molti si era aperta già nel ’20-21 e che non poteva essere chiusa a giro d’interruttore. Sotto questa diversa luce la violenza partigiana cessa d’essere cieca, spietata e sadica e s’inserisce all’interno di un clima differente in cui essa appare, invece, del tutto comprensibile. Il numero delle vittime, prevalente nelle zone rurali dell’Emilia “rimanda direttamente alla guerra contro i nazifascisti, per altri aspetti si annoda, si intreccia alla ripresa del conflitto sociale e alla tradizionale asprezza, dalle radici lunghe, del conflitto agrario in Emilia”4. E’ ovvio che il permanere del fronte in quelle zone, con la sua scia di stragi e sangue, ha contribuito a creare quell’odio impossibile da sopire, ma è importante sottolineare come la sensazione di chiudere una partita iniziata nei primi anni dello squadrismo è qui più forte che altrove. Ci si sente finalmente organizzati ed armati a sufficienza per rispondere alla violenza squadrista che aveva causato morti e distruzioni alle soglie del ventennio.
Senza la pretesa di dilungarci troppo sull’argomento riportiamo un rapporto di un colonnello dell’Arma dei Carabinieri che rispondeva agli Alleati circa la turbolenza della zona e i relativi problemi di ordine pubblico e che chiarisce, di gran lunga meglio di quanto potremmo fare noi, la situazione del dopoguerra.
“Prima dell’avvento del fascismo l’Emilia, e in particolare tutto il territorio comprendente le province di Modena, Bologna, Forlì, Ravenna e Ferrara fu un focolaio di gravi agitazioni. Per affermarsi e per impedire che le masse continuassero a seguire altri partiti, il fascismo dovette in quella zona dare largo sviluppo allo squadrismo. Il fascismo ferrarese fu per lunghi anni uno dei più importanti centri di costituzione di squadre fasciste e d’azione che si riversavano sistematicamente nelle province limitrofe, specialmente in quelle di Bologna, Forlì Ravenna e Modena per compiervi azioni punitive. Tutto ciò ha concorso a creare profondi rancori. A ciò si aggiungano le distruzioni operate dalla guerra e i soprusi compiuti, in larga scala e in maniera talvolta efferata, durante la dominazione nazifascista. Si è così determinata un’atmosfera di odi e violenza che spiega, se non giustifica, i criminosi atti di reazione verificatisi dalla data della Liberazione in poi […]. Sono fatti dolorosi e condanne voli, ma occorre anche tener presente che essi sono da considerarsi inerenti all’insurrezione popolare, la quale ha sempre portato ad eccessi”5. Vengono, insomma a sovrapporsi soprusi e violenze sedimentate che esplodono in un solo rancore.
Le efferatezze compiute dai repubblichini si saldano nella memoria coi conflitti di classe e la rabbia esplode nel costatare che l’epurazione rimane incompiuta. E’opportuno quindi evidenziare come vi sia una relazione tra mancata giustizia e necessità di fare i conti con i fascisti che, impuniti, tornano in quelle stesse comunità che hanno straziato e bruciato.
Nel tentativo di utilizzare queste violenze per bilanciare quelle fasciste, si omette di sottolineare come spesso e volentieri ci si trova davanti a casi di violenza non isolata ma di vere esplosioni di collera di intere popolazioni. Così, ad esempio, ad Imola una folle enorme prende d’assalto un furgone con a bordo 16 membri delle efferatissime brigate nere, linciandone 14. Stessa cosa a Forlì, dove alcuni torturatori dei battaglioni M vengono identificati, trascinati in carcere e lì uccisi.
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Note
1) Pirelli è probabilmente stato l’industriale più immediatamente compromesso con il fascismo. Nel 1924 fu nominato da Mussolini, ministro plenipotenziario; nel 1934 commissario della Confindustria; nel 1938, ministro di Stato. Nonostante abbia sostenuto fino alla fine il suo Duce ed abbia esternato serenamente le proprie simpatie per i nazisti, alla fine della guerra Pirelli conserverà intatto il proprio patrimonio.
Ghezzi, fascista antemarcia, squadrista della prima ora, assumendo la difesa dei dirigenti della Fiat, accusati dalle camicie nere di Torino di essere eccessivamente tiepidi, ricorderà nel suo libro che “L’O. Agnalli ha fatto moltissimo per la propaganda fascista, sostenendo giornali rappresentanti la più pura espressione del fascismo” e ancora che “Il Presidente del Consiglio, d’altronde, ha giudicato lui stesso che l’On Agnelli ha fatto moltissimo per la propaganda fascista…” Agnelli sarà inoltre il principale finanziatore del fascistissimo del Corriere d’Italia, diretto dal F. Filippelli (complice della banda che aveva assassinato Matteotti). Quotidiano che il 7 mesi aveva divorato 10 milioni di Lire messe a disposizione da Agnelli e dal grande industriale siderurgico A. Odero.
2) Interessante da analizzare a tal proposito è anche la creazione, negli anni della dittatura, di un sistema di gestione dell’apparato industriale in cui gli apparati statali, fascisti prima e repubblicani poi (vedi IRI), determinano la natura dell’industria italiana: partecipazione o proprietà statale, commesse pubbliche, gestione del conflitto tramite la concertazione e l’ingresso dei sindacati nel sistema di potere. Quanto questo sistema sia ancora in funzione può costituire un interessante elemento di riflessione sull’attuale fase.
3) MIRCO DONDI, La Lunga liberazione, Editori Riuniti, 1999
4) GUIDO CRAINZ, IL conflitto e la memoria. Guerra civile e triangolo della morte, Meridiana N 13, 1992
28/4/2010
Le Mani Legate
Eccoli, con casse di zinco.
Dentro, ci hanno nascosto
quello che di un uomo han fatto.
Non s’era arreso lui, aveva lottato
per una vita migliore
nella grande battaglia di classe.
E vengono i torturati.
La frusta li ha interrogati.
Tutta la notte hanno taciuto…
B. Brecht
Le strategie repressive si coniugano spesso in modi e forme diverse a seconda del contesto in cui vengono attuate. A ben guardare, tuttavia, l’intento è sempre lo stesso: isolare, mettere a tacere, criminalizzare. Chiunque nel mondo abbia intenzione di lottare contro un sistema ingiusto, per un’informazione libera, per la propria indipendenza, chiunque in generale si ponga in contrapposizione con l’ideologia dominante si trova ad affrontare una forma di repressione il cui scopo è non solo stroncare una lotta, ma anche scoraggiare a riprenderla. È per questo che oggi abbiamo deciso di trattare di carceri, di repressione preventiva, ma anche dell’agghiacciante storia di Jon Anza.
Perché ai nostri occhi fa tutto parte di una strategia europea di repressione, e perché per quanto terribile possa essere la pena inflitta dallo stato, qualunque stato, lasciare soli i compagni che ne sono vittime non fa che alimentare questo disegno. Che si tratti di essere al fianco dei compagni di Jon nello smascherare il suo omicidio di stato o di non far mancare la solidarietà a Manolo e Costantino, quali che siano le accuse, questo ci sembra l’unico modo di mettere in crisi questo sistema repressivo.
Il 18 Aprile dello scorso anno un militante indipendentista basco, Jon Anza, sale su un treno dalla stazione di Baiona, in Spagna, diretto a Tolosa, in Francia. In quel momento non sa ancora che sarà l’ultimo viaggio in treno della sua vita. Tre giorni più tardi i familiari di Jon ne denunciano la scomparsa mentre il movimento indipendentista Eta fa sapere che Jon è un militante dell’organizzazione incaricato di portare una consistente somma di denaro a Tolosa. I pennivendoli di regime, che della loro dignità ne fanno zerbino, non si attardano ad ipotizzare una fuga di Jon col denaro. Il popolo basco, invece, ha già capito che si tratta dell’ennesima insulsa mossa nella “guerra sporca” combattuta dallo stato spagnolo contro i militanti indipendentisti. Undici mesi di silenzio. È la storia di un desaparecido nel cuore dell’Europa. Lo scorso mese le autorità spagnole dichiarano di aver “trovato” il cadavere di Jon in una camera mortuaria d’ospedale a Tolosa . Nella versione fornita ai familiari le autorità dichiarano che Jon è stato trovato il 29 Aprile 2009 dai Vigili del fuoco in un parco di Tolosa gravemente ferito e con tutti i sintomi di un infarto. Portato in ospedale morirà 13 giorni dopo. Dal 18 Aprile, giorno della partenza, al 29 restano 11 giorni di vuoto. 11 giorni che mettono i brividi.
È il salto di qualità della “guerra sucia” anche se fino ad adesso non potevano certi dirsi straordinari i sequestri lampo dei prigionieri politici e le torture dell’Antiterrorismo spagnolo. Lo Stato Spagnolo, cosi come gli altri paesi europei, non si è attardato ad attrezzarsi a combattere una guerra ad ogni livello di intensità contro chiunque potesse destare sospetto di “pericolosità sociale”. L’esempio più lampante è il regime F.I.E.S. , regime speciale per i prigionieri, equivalente del nostrano 41-bis. Questo regime, la cui durata é a tempo indeterminato, prevede un isolamento pressoché totale; i piccoli cortili per l’ora d’aria sono coperti da reti metalliche; vengono effettuate perquisizioni integrali; esposizioni arbitrarie ai raggi X; torture fisiche; trattamenti farmacologici con psicofarmaci e letti di contenzione. I moduli sono progettati e suddivisi in cinque sezioni e vi sono rinchiusi individui catalogati in base alla loro pericolosità sociale: FIES I – rinchiude individui protagonisti di rivolte, azioni contro il sistema e le autorità, tentativi di evasione. FIES II – racchiude indiziati per traffico di droga e riciclaggio. FIES III – racchiude presunti appartenenti ad organizzazioni rivoluzionarie. FIES IV – raggruppa appartenenti alle forze di sicurezza dello Stato per proteggerne l’integrità. FIES V – vi sono collocati gli antimilitaristi e coloro che destano allarme sociale (* da autprol).
I casi appena citati rientrano perfettamente nella strategia europea in materia di repressione. Assistiamo, ormai da anni, ad una sorta di mutuo soccorso, tra Stati europei ed Unione Europea, per cui quando uno Stato adotta una politica più efficace, più capace di raggiungere gli scopi prefissati (e spesso più feroce), allora l’UE formalizza la normativa a livello generale, fissando uno standard. Ne può essere un esempio il recente pacchetto sicurezza italiano, diventato, dopo le prime polemiche, la cartina tornasole del progetto di rafforzamento dei confini europei in materia di immigrazione.
Spesso, la situazione delle condizioni delle carceri, pur essendo simile, varia poi nelle conseguenze, nelle ripercussioni sui compagni detenuti. In Francia, i detenuti vivono la condizione dell’isolamento più totale, sia rispetto all’esterno, che all’interno stesso delle carceri, proprio nell’ottica tutta internazionale di isolare il più possibile i detenuti politici dal resto dei detenuti comuni. In questi casi diventa ben difficile qualsiasi tipo di organizzazione interna ed anche chi lotta si trova di fronte all’annientamento più totale dovuto proprio all’isolamento. Diminuiscono i casi di rivolte – e questo sembra il punto che l’Europa voleva raggiungere – ma cresce il numero dei casi di suicidi nelle carceri. Nel caso della Francia (ma non è così lontano dagli altri Paesi a guida dell’Europa) assistiamo ad un aumento esponenziale che si incrementa di anno in anno.
Spostandoci più ad Est e provando ad uscire dai confini europei, è possibile notare un altro fenomeno. L’adeguamento agli standard repressivi europei per favorirsi l’entrata in Europa. In Turchia è attualmente alla ribalta delle cronache, anche main stream, la condizione dei detenuti nelle carceri, nell’imminente prossimità dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea. Solo per farci un’idea, appunto, pensiamo che nelle carceri turche circa l’80% dei detenuti appartengono alla popolazione curda – di cui una fetta massiccia per appartenenza o fiancheggiamento del PKK – e che le condizioni di vita nelle galere non supera il grado di sopravvivenza. Come è accaduto negli Stati europei anni fa, viene introdotta in Turchia una legge sulla collaborazione, che garantisce condizioni di sopravvivenza al di sopra della media ai detenuti, ovviamente in cambio di delazioni.
Le condizioni di vita nelle carceri sono sempre più argomento di campagne da parte dei compagni lungo tutta l’Europa, tanto che sarebbe difficile adesso farne un elenco aggiornato, in questo editoriale. Ciò che vorremmo però notare è il livello di attenzione che in Italia viene spesso dato alle campagne internazionali, che condividiamo, indirettamente proporzionale a quelle che riguardano i casi italiani appunto, rispetto ai quali la scelta preferita diventa il silenzio.
Tornando ai casi italiani, la repressione tenta di muoversi massicciamente a livello preventivo, adottando le misure cautelari della detenzione ancor prima che il reato sia provato o meno. Pensiamo al recente caso degli arresti degli antifascisti veronesi Luca e Pasquale, che hanno scontato la detenzione domiciliare ancor prima che la sentenza gli comminasse una punizione di 8 mesi con pena sospesa, che potremmo definire ben al di sotto della misura preventiva che gli è stata affibbiata.
Ma pensiamo anche al caso del reato di associazione (270bis) affibbiato a Manolo e Costantino, detenuti prima nel carcere di Rebibbia e poi tradotti versi Siano Catanzaro, carcere speciale per i detenuti politici con l’accusa di appartenere alle “nuove Brigate Rosse”, prima che su di loro pesi una sentenza di colpevolezza. Si tratta di una misura preventiva che assume però tutti i rilievi di una detenzione che supera non solo la presunzione di innocenza, ma che punta al completo isolamento dei compagni. Solo a titolo “cautelativo” non è stato possibile entrare subito in contatto con il proprio avvocato, avere colloqui con i familiari, ma soprattutto, come spesso accade quando si supera anche il livello di base legislativo, i compagni sono stati detenuti in isolamento per tutto il primo mese di detenzione. Ancora oggi dopo la traduzione verso Siano ed in attesa della prima udienza del processo, non è possibile scrivere ai compagni, che subiscono una censura totale sulla posta. Ciò che registriamo in una tendenza negativa è che il reato comminato infatti, molto spesso genera un isolamento in primo luogo da parte di quelle fasce del movimento che preferiscono il silenzio in questi casi, preferendo non fiancheggiare chi subisce un attacco così grave, che mira appunto alla distruzione politica e personale dei compagni imputati.
In conclusione, questo quarto editoriale voleva mettere in evidenza da un lato il legame tra la repressione e l’Europa, che ormai si fondono in una strategia unica applicata ed applicabile non solo negli stati membri , ma anche in quelli che mirano ad entrarvi, e dall’altro la necessità di mantenere alto e attivo un livello di solidarietà a chi dalla repressione viene colpito, non lasciando compiersi il fine ultimo di questa strategia: l’isolamento dei compagni.
19/04/2010
Il Sistema Ambidestro
“Quando nel maggio 1996 la Lega Nord decise di istituire le Camicie verdi, l’On. Domenico Gramazio della direzione nazionale di Alleanza nazionale così commentò la notizia: “Bossi non sa che le Camicie verdi appartengono alla storia e alla tradizione del vecchio mondo attivistico della destra italiana. Apparvero per la prima volta nel 1953 ai funerali del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani. È proprio con le Camicie verdi che nel lontano 1956 l’allora segretario giovanile del Movimento sociale italiano, Giulio Caradonna, preparò il famoso attacco alle Botteghe Oscure, al quale parteciparono con la camicia verde, fra gli altri, Vittorio Sbardella, Mario Gionfrida, Romolo Baldoni e tanti altri attivisti dell’Msi”.
Gramazio, pur sbagliando data, rammentò un episodio realmente accaduto. L’assalto alla sede nazionale del Pci avvenne infatti un anno prima, nel 1955, la sera del 9 marzo, quando un centinaio di neofascisti con camicie verdi, bracciali tricolori e cravatte nere, scesi da due pullman, tentarono di irrompere all’interno del “Bottegone”. La porta venne prontamente chiusa. A quel punto si scagliarono contro la sottostante libreria Rinascita con molotov, pietre e bastoni. Nell’occasione Mario Gionfrida, detto “er gatto” (mai appellativo fu così azzardato), nel tentativo di lanciare una bomba si tranciò di netto una mano. Lo si rivedrà di nuovo in giro con una protesi in legno.”
“E’ accertato il concetto di “nazionalismo economico” applicato nel caso padano, viste le caratteristiche che lo conformano, ma in nessun caso chi lo pratica è autorizzato ad intenderlo come un progetto di liberazione nazionale e, tanto meno, tale progetto si profila differente dai nazionalismi applicati dagli stati dell’attuale Europa. Esso è un modello di organizzazione ed articolazione interna del corpo economico, di relazioni sociali di dominio, di aspirazioni espansionistiche (la Lega Nord sta già facendo passi in questo senso), di configurazioni coercitive per disputarsi aree a spese di altri popoli e soprattutto di quelli più poveri e indifesi, il tutto basato sul neo liberalismo come pilastro ideologico politico ed economico. E’ il blocco capitalista che anima le aspirazioni della Lega Nord nella creazione della Repubblica della Padania e non la volontà di un autogoverno né il desiderio di autogestire i propri destini.
Noi definiamo il progetto leghista come tutto il contrario del modello di liberazione nazionale e sociale rivendicato dalla sinistra patriottica. E’ per questo che non è possibile ritrovare requisiti di accesso ad un futuro, che ci parli di libertà e progresso, nella regione che s’intende seccessionare.
La nostra solidarietà va, come sempre, agli uomini e alle donne della Padania, ai lavoratori e emarginati, giovani e oppressi ma non a progetti come quelli della Lega Nord.
Herri Batasuna fu invitata al Convegno del 15 settembre, e la nostra decisione fu di non andarci.”
Durante l’ultima puntata del nostro programma abbiamo avuto modo di ribadire il nostro sostegno elettorale all’unico candidato che ci pareva degno di essere votato: Nessuno. E infatti, a ben guardare, in Italia (ma anche in Europa) fino ad un po’ di tempo fa, per dare un segnale di forte intolleranza nei confronti della politica si dirottava il proprio voto verso componenti minoritarie e spesso radicali. Oggi il malcontento è evidentemente dimostrato da una percentuale di astensionismo elevatissima.
Detto questo, i risultati “ufficiali” delle elezioni ci importano e pure parecchio. In Italia si registra un’impennata del paradigma xenofobo della Lega, solo uno dei partiti neofascisti che in Europa fanno del regionalismo lo specchietto per le allodole di una politica razzista e inequivocabilmente di estrema destra.
Non ci stupisce, per quanto sia comunque allarmante, che in un periodo di vuoto politico colossale e di crisi economica queste formazioni populiste riescano facilmente a infiammare l’elettorato puntando il dito contro un capro espiatorio di volta in volta diverso (il nero, il rom, il musulmano, il clandestino e così via), addossandogli le colpe di una società capitalista accartocciata su se stessa, distraendo la gente da chi davvero la sfrutta e scatenando una vera e propria guerra tra poveri senza mai smettere di servire i propri padroni.
Ma cosa c’è sotto un risultato elettorale così sorprendente? Ci sono anni di normalizzazione di comportamenti razzisti, xenofobi, misogini e omofobi.
Dalla recente distribuzione davanti ad un mercato aretino di saponette anti-extracomunitario alla fantastica trovata del White Christmas in quel di Brescia lo scorso Natale, fino alle dichiarazioni di Borghezio che qualche anno fa chiedeva a gran voce la garrota per gli omosessuali. Trovate grottesche che smettono di essere ridicole nel momento in cui, non solo sono davvero prese in considerazione e in alcuni casi anche attuate, ma soprattutto quando trovano legittimazione negli assetti istituzionali e nel bombardamento mediatico a cui siamo sottoposti tutti i giorni. Normalizzazione della xenofobia che, ci teniamo bene a specificarlo, è portata avanti sia da destra che da “sinistra” (basti pensare ad i manifesti del Pd che chiedevano in modo lapidario “Via i Rom da Ponticelli” [quartiere di Napoli]).
I telegiornali si trasformano, dunque, in rituali della paura. In Italia, del resto abbiamo sentito e letto migliaia di volte di come gli operai siano ormai sicuri di consegnare alla Lega il proprio voto, in quanto unico partito in grado di difendere i posti di lavoro dalla mano d’opera immigrata. Ovviamente non si tiene conto di due fattori. Il primo è che nessuno si è mai azzardato a dire il contrario, e il secondo è che nella piccola e media impresa il voto è spesso estorto o controllato dal padrone con il ricatto della crisi e delle cassa integrazioni.
Quest’ascesa dell’estrema destra, tuttavia, non trova spazio solo in Italia, è un fenomeno in preoccupante incremento in tutta Europa. Negli ultimi anni abbiamo, infatti, assistito all’emergere e all’affermarsi di partiti non immeditamente ascrivibili nell’alveo del neofascismo tout court per estetica, simbologia e fraseologia. E’ evidente però che queste formazioni politiche portano avanti posizioni esplicitamente reazionarie e che, contemporaneamente, lasciano proliferare nel proprio arcipelago, neofascisti di vari tipi, garantendogli copertura e supporto. Le campagne aperte contro i minareti in Svizzera o l’affermazione di realtà xenofobe in Olanda, sono esempi di questo fenomeno. Inoltre le campagne messe in piedi da organizzazioni chiaramente reazionarie e razziste, anche se non esplicitamente fasciste, costruiscono quell’humus sociale su cui i neofascisti possono tranquillamente attecchire, perché del tutto legittimati nella loro stessa esistenza e ragion d’essere. Citando l’intervista dei compagni di Solidaridad 3A rilasciata ad un blog di informazione, “il problema fondamentale non sono i quattro nazi, ma bensì un sistema politico-giudiziario come quello spagnolo che li difende e li appoggia”.
Partendo dalla Germania, in cui l’NPD si batte da anni su posizioni evidentemente filonaziste per un ritorno ad una Germania in pure mani tedesche, è possibile tracciare un itinerario dell’estrema destra da Berlino a Mosca, passando per Vienna,Amsterdam, Londra, Parigi, Budapest.
Basta un rapido sguardo d’insieme per capire che l’originalità non è esattamente il loro punto di forza: facendo leva su un sentimento nazionalista tirato fuori dal dimenticatoio della storia, si fanno portatori di idee violente e aggressive, autoidentificandosi come unici possibili salvatori di una patria in rovina in mani straniere.
Così se in Germania, in Austria e in Olanda, due paesi con un’elevatissima percentuale di cittadini di origine turca e musulmana, è facile puntare il dito contro i minareti e promettere che attraverso la loro eliminazione tutto tornerà a funzionare, così in Ungheria si rispolvera il passato di alleati nazisti e ci si scaglia contro i rom, rimpiangendo senza vergogna i tempi in cui li si poteva mandare nei lager.
L’NPD in Germania possiede moltissime proprietà in cui forma le sue leve in puro stile hitleriano, educandole all’odio di razza e all’ideologia nazista.
Alle ultime elezioni amministrative olandesi il Pvv, il partito neofascista e anti islamico, ha guadagnato addirittura due comuni, uno dei quali a trenta chilometri scarsi da Amsterdam, e si è reso protagonista di proposte folli (celebre la richiesta di bandire il corano).
In Inghilterra un sentimento da sempre latente di odio razziale contro gli immigrati indiani e pakistani, ormai anche di quarta o quinta generazione, è ultimamente esploso in una spirale di violenza anti islamica grazie al British National Party. Al suo fianco in questa lotta xenofoba c’è il piccolo ma sempre più influente English Defence League, ultimo nato di una florida stirpe di organizzazioni neofasciste. Anche qui, come in Olanda, l’estate scorsa il BNP alle elezioni europee ha ottenuto un successo straordinario, e con la prospettiva di un governo di coalizione sempre più probabile, è verosimile una sua affermazione alle elezioni generali di maggio.
Continuiamo con il nostro excursus nei centri del potere neofascista in Europa, e non possiamo non fare tappa in Francia. Anche qui il nemico è l’arabo, il musulmano, ma anche l’ebreo e lo zingaro. C’è da dire che Le Pen si è dato piuttosto da fare. Il Fronte Nazionale non è più una novità da tempo, né lo sono le percentuali improbabili che ottiene nelle sue province di riferimento (come un 30% ottenuto a Marsiglia pochi anni fa). Episodi di violenza razzista sono all’ordine del giorno in tutta la Francia, e le periodiche rivolte nelle Banlieue a causa delle insostenibili condizioni di vita diventano il pane quotidiano dell’informazione di massa per celebrare continuamente quella stessa liturgia del terrore di cui si parlava prima.
Mentre nella Penisola Iberica la xenofobia riprende antiche paure congenite al franchismo anche in aree dove la dittatura ebbe meno forza e maggiore opposizione. Nella ricca Catalogna la precentuale di immigrati musulmani è tra le più alte del paese. Qui la formazione Plataforma per Catalunya ha dato vita a una campagna xenofoba, che ha guadagnato forti consensi soprattutto tra i ceti medi. Questo movimento, nato di recente, ricalca la formula della Lega Nord: identità locale-odio per il diverso. Nel piccolo comune di Vic lo stesso governo cittadino, guidato da PSOE, CiU e ERC, ha recepito le proposte di osep Anglada, leader di Plataforma per Catalunya. L’ayuntamento ha vietato di iscrivere nelle liste comunali gli immigrati illegali, questa iniziativa, di fatto, li priva di assistenza sanitaria e educazione primaria. La legge è stata, già,fermata dal governo nazionale per incostituzionalità. Il caso, però, appare un esempio pericoloso in un paese dove è forte il sentimento di appartenenza alla piccola patria.
In Ungheria il partito di estrema destra Jobbik registra in questi ultimi mesi una fortissima crescita, sottraendo porzioni rilevanti di consensi al partito Fidesz, il quale a sua volta, negli ultimi mesi si è attrezzato politicamente per “coprirsi” a destra. Cinonostante, la violentissima propaganda anti-rom di Jobbik al quale era tra l’altro legata la “milizia” Magyar Garda, sciolta d’imperio dalla Giustizia ungherese, sembra dare i propri frutti. Proprio l’11 aprile alle 19 si sono chiusi i seggi per le elezoni politiche in Ungheria. La vittoria della destra appare schiacciante, con una percentuale che sembra aggirarsi intorno al 56%, conferendo con ogni probabilità il titolo di premier a Viktor Orban. Per quanto riguarda l’estrema destra le prime stime sembrano conferire a Jobbik addirittura il 15%, superando, dunque, di gran lunga le aspettative che lo accreditavano intorno all’11%.
Ancora, il caso più terribile di ascesa di organizzazioni neofasciste e neonazista è probabilmente quello russo. Al disfacimento dell’URSS l’enorme arricchimento di pochi e l’improvviso impoverimento di quasi tutti ha spianato la strada al razzismo e all’odio. Il proliferare di gruppuscoli paramilitari che in tutto il paese aggrediscono, pestano e spesso uccidono impunemente antifascisti, ebrei e caucasici, rende la Russia il più grave degli esempi che abbiamo cercato di analizzare. Occorre evidenziare che, oltre alle poltrone della Duma occupate da rappresentanti di partiti schiettamente fascisti, è proprio il partito di Putin a proteggere le violenze naziste; non è un caso, infatti, che dopo l’omicidio di Ivan a Mosca i suoi compagni abbiano manifestato proprio davanti alla sede della componente giovanile del partito di Putin.
Senza dilungarci oltre, partendo dall’Italia, abbiamo quindi cercato di mettere in evidenza le similitudini di un fenomeno purtroppo in rapida diffusione in tutto il resto d’Europa.,Continuiamo a combattere ogni forma di fascismo, di razzismo, di omofobia, nella consapevolezza del loro ruolo di servi, nella consapevolezza della nostra libertà.
Del resto come ha detto lo stesso Borghezio ad una conferenza di qualche anno fa in Provenza da Nissa Rebela (ovvero da quel Philippe Vardon che la giustizia d’Oltralpe ha già riconosciuto colpevole di istigazione all’odio razziale e di ricostituzione di partito fascista): “Occorre insistere molto sul lato regionalista del movimento. E’ un buon modo per non essere considerati immediatamente fascisti nostalgici, bensì come una nuova forza regionalista, cattolica, eccetera eccetera…ma dietro tutto ciò, siamo sempre gli stessi”.
12/4/2010
L’ordine è già stato eseguito
Roma, 15.51 del 23 marzo 1944 uno spazzino si avvicina ad un carrettino della nettezza urbana in una strada centralissima della città, si china su di esso per pochi istanti e si allontana. Cinquanta secondi dopo, la 11 compagnia del III battaglione dell’SS polizei Regiment Bozen viene investita dall’esplosione della dinamite, sistemata nel carro dei rifiuti. Si tratta di una delle più importanti azioni di guerriglia partigiana compiute in Italia contro l’occupante nazista.
La reazione nazista fu immonda. Il giorno seguente, 24 marzo, vennero rastrellati nelle strade e nelle carceri 335 italiani, giustiziati con un colpo alla nuca nelle Fosse ardeatine.
A lungo i neofascisti e i revisionisti di diverse risme, hanno cercato di accusare i partigiani di aver lasciato fucilare degli innocenti non rispondendo al bando tedesco che intimava loro di presentarsi, non salvando la vita a chi non aveva responsabilità. La verità è che le autorità tedesche non emisero mai alcun comunicato se non quello in cui si annunciava che la rappresaglia aveva già avuto luogo il giorno precedente; “l’ordine è già stato eseguito”.
Il 24 marzo unisce in una scia di oppressione e sangue la dittatura nazifascista italiana con quella di Videla in Argentina. E’ proprio in questa data, infatti, che il colpo di stato degli uomini della tripla A (Alianza Anticomunista Argentina) venne messo in atto.
Tra le tante iniziative che gli antifascisti hanno organizzato in questi giorni, vorremmo mettere in rilievo le parole di una organizzazione giovanile argentina secondo cui “se la dittatura è stata sconfitta il ‘processo’ continua”. Sfruttamento, repressione e miseria della classe lavoratrice sono quelli di sempre.
Come dicevamo nello scorso editoriale, gli elementi reazionari (partiti, associazioni, giornali etc) vengono utilizzati per dirottare il sempre più diffuso malcontento su soggetti deboli come, ad esempio, gli immigrati. E’ altrettanto ovvio, dunque, che queste forze reazionarie godano di una protezione particolare da parte dello stato che, viceversa, si oppone con tutte le forze a chi cerca di combatterli.
Vorremmo, questa settimana, trattare della persecuzione di cui sono vittime gli antifascisti in Europa e delle strategie repressive che si sviluppano indipendentemente da ciò che essi fanno o non fanno.
Fare un elenco di tutti i procedimenti intentati contro gli antifascisti sarebbe materialmente impossibile, ci soffermeremo dunque su alcuni casi che, ci pare, rendano chiaro il quadro.
Cominciando da Maiorca possiamo farci un’idea di quanto le dinamiche si ripetano. La notte di capodanno un gruppo di antifascisti è in fila per prendere un autobus e tornare a casa. Da lontano un noto nazi li insulta e li minaccia brandendo un cacciavite. Dopo uno scontro verbale, il nazista li raggiunge e per due volte cerca di ferire uno dei compagni. Alla vista di ciò che stava accadendo, gli antifascisti, ma anche molta gente che si trova lì in attesa di tornare a casa, accorre contro il nazi. Venti giorni dopo la polizia si presenta a casa di quattro compagni, arrestandoli. La gestione dell’accaduto da parte della polizia, del tribunale e della stampa è vergognosa. Nelle case dei compagni si cercano armi che non si trovano. Viene dunque scelta un’altra pista. Dalle bandiere e dal materiale rinvenuto si costruisce un quadro accusatorio che il circo dell’informazione si sforza di tenere in piedi. Si tratterebbe di un gruppo di “ultras” di estrema sinistra, solitamente dedito ad aggressioni premeditate e senza ragione. Ma non è tutto. Non sarebbe ancora sufficiente. Nella casa di uno dei 4 antifa viene rinvenuta una corrispondenza epistolare che il compagno intratteneva con alcuni prigionieri politici di Eta e Grapo. Come si legge sul diario Ultima Hora “inizialmente non si tratterebbe di una collaborazione tra i 4 giovani e i militanti delle bande armate, ma dimostra chiaramente l’appoggio, la solidarietà e la simpatia per le stesse idee radicali”. A nulla serve dimostrare che il nazi in questione, Carlos Ordóñez Ripoll “Charlie” ha più e più denunce per odio razziale e aggressioni e violenza ai danni di immigrati per riuscire a scalfirne l’attendibilità. D’altronde, come dice Gianluca Iannone, presidente dell’Associazione fascista Casa Pound Italia, “chi denuncia per primo vince in tribunale”. Ma la cosa che occorre sottolineare è che dal 2007 ad oggi le aggressioni di nazi ai danni di compagni ed immigrati a Maiorca sono numerosissime (svastiche incise con i coltelli sul petto di un quindicenne, un’aggressione che manda in coma un Colombiano e via dicendo), per nessuno degli aggressori di esse è mai stato emesso alcun provvedimento restrittivo. Intanto, nelle Baleari la provocazione e la violenza dei nazi è continua da ogni punto di vista. Se il fascismo spagnolo ha sempre avuto al centro della sua propaganda l’imposizione del castigliano sulle minoranze linguistiche, ancora oggi gruppi di estrema destra come España 2000 o Democracia Nacional fanno dell’unica lingua una delle loro principali battaglie, sostenuti senza remore dai settori più reazionari del PPE.
Proseguiamo con il nostro itinerario della persecuzione.
Questa volta facciamo tappa a Stoccarda dove il 19 aprile si terrà un’udienza del processo contro 7 antifascisti accusati di aver aggredito cinque nazi del NPD, in occasione di un “Concerto di Carnevale” organizzato dallo stesso partito neofascista nella cittadina di Sindelfingen vicino Stoccarda. I compagni sono stati arrestati nelle proprie auto la sera stessa ed accusati dell’aggressione.
Ancora una volta una piccola considerazione a margine degli eventi. Nel 2009 i nazifascisti tedeschi si sono resi colpevoli di quasi ventimila reati; si tratta del livello più alto dal 2001. Da questi tristi numeri di evince chiaramente la volontà del governo guidato dalla Merkel di lasciar ampio spazio all’estrema destra, reprimendo, di converso, in modo sempre più duro le iniziative antifasciste. più sfacciata della quale fu proprio il tentativo di impedire l’indizione di una mobilitazione contro la manifestazione nazista di Dresda la scorso 13 gennaio.
Gli antifascisti tedeschi hanno indetto una manifestazione nel giorno del processo sia per manifestare contro la persecuzione cui sono vittime i compagni, sia per dimostrare loro piena solidarietà.
Veniamo infine all’Italia.
Ancora una volta il ritorna 24 marzo, giorno in cui viene emessa la sentenza nei confronti di due compagni antifascisti di Verona, Luca e Pasquale. Per entrambi 8 mesi. Per Luca la libertà, dopo quattro mesi di arresti domiciliari, grazie alla sospensione della pena; per Pasquale ancora detenzione domiciliare, ancora qualche mese dentro casa a resistere. Ad entrambi tutto il nostro sostegno.
Vorremo cercare di raccontare secondo un’altra angolazione la loro storia, vogliamo provare a capire attraverso quest’ennesimo episodio di ingiustizia borghese, quali sono le linee strategiche in fatto di repressione delle lotte, al di là del particolare accanimento nei confronti di quelle antifasciste, i cui esempi, come abbiamo potuto leggere, attraversano tutta l’Europa.
Luca e Pasquale vengono arrestati il 17 novembre del 2009, con l’accusa di aver aggredito un noto fascista di Verona. Lo stesso che si è prima refertato e poi è partito per un viaggio di piacere, lo stesso che anni prima aveva accoltellato entrambi, restando impunemente a piede libero.
I due compagni vengono prima detenuti in carcere, poi agli arresti domiciliari (Luca appunto fino al 24 marzo) in osservazione della misura preventiva di detenzione. Vogliamo proprio soffermarci su questo, sulla scelta operata ancor prima che ci sia una sentenza definitiva e che rappresenta lo strumento che maggiormente usa la repressione per colpire chi lotta. Si tratta di quella che oramai da anni i compagni definiscono controrivoluzione preventiva e che è fatta di scelte operate dalla magistratura addetta alle indagini preliminari e di sorveglianza. In questo frangente non esiste presunzione di innocenza e tutte le misure detentive più dure vengono applicate. E’ in questa strategia che consiste la “continuità del processo” si cui sopra.
La borghesia affina sempre di più gli strumenti a suo favore e quando non è possibile utilizzare ciò che gli è messo a disposizione dal codice e dall’OP (pensiamo al vergognoso 41 bis, aggravato ulteriormente con il recente pacchetto sicurezza), si utilizzano appunto gli strumenti della cosiddetta “prevenzione”, che si sviluppano in detenzione, diffide dalla partecipazione a cortei e manifestazioni, marchiando chi lotta col bollino della pericolosità sociale. E quando ancora tutto questo non basta, allora ci si mette non solo la reazione fascista, con l’appoggio delle istituzioni, ma anche tutto l’apparato statale che dal magistrato allo sbirro di turno criminalizzano chi porta avanti un’alternativa rivoluzionaria. Diventano continue ed estenuanti le provocazioni. Prendiamo, in questo caso, ad esempio, proprio quanto accaduto a Luca e Pasquale, durante la detenzione hanno subito una serie di provocazioni rivolte a loro, ma anche a tutti i loro familiari ed amici, fatte di divieti rispetto al loro diritto ad uscire le ore consentite o negando i colloqui che gli erano stati precedentemente concessi. Laddove non arriva la legge borghese arrivano in aiuto i suoi fedeli esecutori. Perché da sempre attraverso il fascismo il capitale mostra il suo volto violento ed è quindi suo primo obiettivo nascondere ogni contraddizione viene a galla e reprimere chi materialmente mette in atto questo processo.
È purtroppo molto difficile, attraverso questo nostro editoriale, che va allungandosi sempre più, riuscire ad essere esaustivi rispetto alla questione, speriamo di esserlo invece nei prossimi approfondimenti; ci auguriamo però che sia emerso chiaramente il nostro intento di cogliere gli elementi strategici generali rispetto alla repressione delle lotte, scegliendo di non entrare troppo nella disamina delle vicende cui fanno capo le accuse ai compagni che abbiamo citato.
Non parliamo dunque di fascistizzazione dello stato, bensì di strategia di oppressione della classe dominante preventiva ed indipendente da ciò che si fa o non si fa.
Anche in questo caso, l’ordine è già stato eseguito.
28/3/2010
Di ritorno da Milano…in viaggio verso ovunque
O forse, Comunicato N 0
Mai ci saremmo aspettati che la prima uscita di questo progetto coincidesse con l’anniversario della morte di Dax. E mai avremmo potuto sapere che proprio questi giorni sarebbero stati triste teatro delle gravissime aggressioni dei fascisti di CasaPound all’università di Roma. Avevamo sperato di poter muovere i primi passi in una situazione di maggiore serenità. Ma la realtà è spesso diversa dalle aspettative, e noi non possiamo che trarre ancora più determinazione da questo.
E quindi eccoci qui, dunque, in questo piovoso stralcio di marzo.
Da qualche mese abbiamo cominciato a discutere della possibilità di dar vita da un programma che andasse in onda su radiodimassa.tk
, in grado di fungere da catalizzatore di notizie su antifascismo e repressione e che avesse un collettivo redazionale che potesse, poi, lavorare per sintetizzare e rielaborare le informazioni raccolte.
Il nostro obiettivo è di tentare di porre un piccolo contributo al dibattito e alle esperienze che vanno sviluppandosi in giro per l’Italia e per l’Europa.
E il nostro mezzo per raggiungerlo è un sito. Per esperienza personale sappiamo che di tutte le informazioni che siamo in grado di raccogliere, solo una minuscola percentuale riesce effettivamente a finire nel programma. Vorremmo invece cercare di gestire questa mole di news, corrispondenze, opinioni e contributi dando loro un supporto adeguato per riuscire ad arrivare a quanti più ascoltatori/lettori possibile.
L’idea di confrontarci con l’antifascismo e con i processi repressivi non nasce dal nulla; nella nostra esperienza di lotta contro l’estrema destra abbiamo avvertito l’esigenza di riuscire a collocare la forte attività dei fascisti in questa fase, entro un quadro ben definito. Questo quadro si chiama crisi.
In questa fase, la necessità del padronato di gettare nelle strade elementi reazionari in grado di fermare e dirottare il malcontento generato dalle sempre meno sopportabili condizioni di vita, è un’esigenza non più prorogabile. Questo è ancor più vero se si guarda all’intera Europa e non soltanto al proprio paese. In quasi tutti gli stati (praticamente tutti eccetto la Grecia) la destra avanza ed il caso Olandese è quello più vicino ed emblematico.
Ma la strategia di difesa del proprio potere non passa soltanto per il foraggiamento (politico e finanziario) dell’estrema destra, bensì anche per la costruzione di paradigmi repressivi sempre più ossessivi. Le nuove leggi dell’Europa Unita, declinate e codificate differentemente dai diversi governi, ne sono esempio nitido.
Partendo da queste considerazioni abbiamo provato a dar vita a questo esperimento. Grazie ad una rete di compagni che ci offre il proprio contributo da diversi paesi tra cui Italia, Francia, Olanda, Germania, Inghilterra, Usa, India, vorremmo provare a far circolare le esperienze, le informazioni e gli approfondimenti nazionali e internazionali che troppo spesso non riescono a oltrepassare gli spazi.
Ma forse la nostra ambizione maggiore sta nel nostro impegno nel tentare di coinvolgere tutti i compagni impegnati nella lotta antifascista e contro la repressione che vogliano contribuire all’ampliamento delle informazioni. Facciamo dunque appello a tutti i compagni che, in varie forme (esperienze, notizie, corrispondenze) e secondo le proprie disponibilità, vorranno partecipare al progetto.
Come è possibile intuire dal titolo, la discussione all’interno della redazione si è incentrata sugli spunti che abbiamo messo nei bagagli del viaggio di ritorno da Milano. Proprio nel capoluogo lombardo si è, infatti, tenuta un’assemblea organizzata dall’”Associazione Dax 16 marzo 2003″, in occasione del settimo anno senza Davide.
In quella sede abbiamo avuto modo di conoscere e di dialogare con antifascisti di diverse parti d’Italia e d’Europa; abbiamo sentito raccontare storie di omicidi e lutti da Mosca a Madrid. Abbiamo buttato giù quel sapore amaro che lascia la rabbia quando risale nella bocca. Abbiamo messo nei nostri bagagli le loro voci e proveremo a farvele ascoltare. Dax, Carlos, Ivan li conserviamo, invece, dentro di noi e proveremo a farli vivere, sempre.
Se la prima delle due direttrici principali lungo le quali si sviluppa il programma è l’antifascismo, la seconda sarà l’approfondimento delle strategie repressive.
Vorremmo cominciare con il dare attenzione ad alcune linee guida a proposito del progetto di polizia europea. Crediamo sia necessario muovere questi primissimi passi per riuscire a cogliere l’organicità delle strategie repressive attuate nei diversi stati dell’unione.
Guardando più nello specifico dell’Italia, riteniamo opportuno cominciare mettendo in risalto quel laboratorio repressivo chiamato Parma, che rappresenta un esempio quanto mai attuale della strategia repressiva; che abbiamo avuto modo di conoscere alla scorsa assemblea del 6 febbraio a Napoli e la cui intervista integrale potrete ascoltare in podcast.
Come si può cogliere dalle nostre parole, si tratta in questo caso di un editoriale un po’ “sui generis”, disposto a lasciarsi dividere tra presentazione del progetto e indice del programma di questa settimana.
Si comincia dunque oggi, con Dax nel cuore.
E scusateci l’emozione. Scusateci se non saremo sempre puntuali con le date di pubblicazione o di programmazione. Scusateci, ma abbiamo una rabbia dentro che ci fa vibrare.
Scusateci se ci sentiamo più vivi di prima.
Viva Dax Libero e Ribelle
Negli ultimi tempi siamo stati assenti, nessuna produzione di editoriali, nessuna notizia. Avremmo voluto spiegare ai nostri visitatori la nostra decisione di utilizzare la pausa estiva per rinnovare il sito e presentarci nella nuova veste grafica. Questo in seguito anche ai risultati positivi ottenuti dal giro di presentazioni, che qualche tempo fa ci ha impegnati e per il quale non possiamo che ringraziare ancora i compagni che ci hanno ospitato.
Il 26 luglio scorso però è accaduto qualcosa che ha modificato questa nostra siegazione. Lo scorso lunedì ci sono stati due arresti, tra questi il nostro compagno anarchico Tonino, che da allora è a Poggioreale.
Lo scorso primo maggio, a Napoli la polizia permette ad un gruppo di fascisti di avvicinarsi al corteo che sfila, inscenando provocazioni e minacce. I compagni reagiscono allontanandoli. Uno degli infami si rifugia in un negozio e ne esce con alcune ferite da taglio.
Di questo ferimento viene accusato di concorso il nostro compagno. Non ci interessa giudicare l’operato dei compagni. Non ci interessa capire le dinamiche degli eventi prima di scegliere da che parte schierarci. Tonino è in galera per ciò che rappresenta, per essersi impegnato nelle lotte ambientali, antifasciste o contro la repressione. Colpevole o innocente sono categorie che non ci appartengono.
Per questo, decidiamo di utilizzare questa pausa per rimandarvi al sito che è stato aperto per Tonino , al quale va tutta la nostra solidarietà.
Compagno siamo con te!
Tonino libero!
I compagni di Antifaresistance







